Gio. Apr 3rd, 2025

Karate

Gichin Funakoshi, il fondatore del Karate-dō

Premessa

Gichin Funakoshi non fu solo il fondatore del karate-dō, ma seppe inoltre infondere a quest’Arte il suo senso della vita. Le tecniche e i rudimenti del Karate-do iniziarono ad esistere, come tutti sanno, quando Funakoshi li organizzò in un tutto coerente.

Fu proprio la visione e l’impegno personale del suo carattere a dare forza e senso globale ad uno stile che si è consacrato come uno dei punti di riferimento delle Arti Marziali in tutto il pianeta.

Per questo motivo conoscere a fondo la concettualizzazione del Karate di Funakoshi non è uno sforzo inutile, oggigiorno sono pochi gli studenti del Karate che conoscono le formule originarie della loro Arte, forse, per alcuni può sembrare persino anacronistica la pretesa di questo articolo.

Chi non conosce il passato, difficilmente potrà affrontare il futuro

Funakoshi fu un uomo con una personalità molto particolare, e per avvicinarci al Funakoshi uomo, alla sua personalità non c’è niente di meglio che leggersi la sua autobiografia Karate-Do, Il mio cammino, ormai tradotta in quasi tutte le lingue.

In essa troviamo un uomo semplice, non un intellettuale. Un uomo con una morale retta e ben definita, con principi che delineano una forte spina dorsale dalla quale sgorga un carattere forte e leale alle proprie convinzioni.

Senza dubbio non dovette essere facile avere a che fare con lui in vita: tuttavia era una di quelle personalità magnetiche, un leader nato, capace di trasmettere all’esterno il suo messaggio attraverso una forte impronta, e benché l’Arte che lui definì assomigli poco alle forme ed ai principi che conosciamo oggi come Karate, non va dimenticato che la sua evoluzione sarebbe stata impossibile senza un punto di partenza fermo e stabile, come quello che il Maestro seppe imprimere alla via della mano vuota.


Venti principi che definiscono la formale etichetta e l’atteggiamento che devono esistere nella pratica dell’Arte

Per questo è essenziale comprendere uno dei suoi lasciti principali, sfornati dal suo Dojo Kun, venti principi che definiscono la formale etichetta e l’atteggiamento che devono esistere nella pratica dell’Arte, affinché l’allievo raggiunga l’eccellenza, anticamente questi principi si recitavano a voce alta prima di ogni lezione, una pratica persa perfino nei Dojo più tradizionali.

Recitati come una litania, gli allievi li conoscevano a memoria e pur senza capirli, nel loro apprendistato, continuavano a poco a poco ad integrarne il senso e la ragione d’essere, l’articolo che oggi sto scrivendo, cerca di addentrarsi nel senso e nelle ragioni nascoste di questi venti punti, per facilitare ai più giovani una comprensione più profonda e completa delle origini essenziali della loro Arte Marziale e per ricordare ai più maturi, sia in età che in esperienza, la provenienza, i fondamenti della nostra tradizione Marziale.

Funakoshi, uomo di poche parole e di ancor meno spiegazioni, sosteneva che quello che impari con il tuo corpo non lo dimentichi mai, mentre quello che impari con la tua testa è facile da dimenticare. Senza dubbio il Maestro non immaginò nemmeno che, negli anni seguenti, la testa sarebbe servita (in troppi casi) solamente a reggere il cappello, perciò senza ribattere il fondatore, vorrei analizzare uno ad uno i punti ed il relativo significato, un’eredità piena di valore ora e sempre, un ulteriore regalo del fondatore al quale i Karateka devono sempre rispetto e gratitudine.


I · IL KARATE-DO COMINCIA E FINISCE CON IL SALUTO

La gentilezza ed il rispetto si dimostrano e si acquisiscono anche con la pratica. Salutare è ricordare al nostro corpo che deve obbedire ad alcuni criteri, nei quali il rispetto deve sottomettere altri impulsi che, senza dubbio, si attivano nella pratica (aggressività, paura, etc).

Dominarli è uno dei compiti dell’artista marziale, ma oltre alla cortesia, il saluto Orientale chinando il capo, possiede un senso simbolico e persino energetico poco diffuso, o, che poi è la stessa cosa, piuttosto dimenticato, chinando il capo, sia in posizione Seiza che stando in piedi, unifichiamo i principi di Cielo e Terra.

I principi e le loro energie che penetrano il nostro corpo attraverso la colonna vertebrale (dischi e genitali) come due serpenti di forza, in Seiza le mani devono unirsi contemporaneamente (non prima una poi l’altra), creando un triangolo formato tra i pollici e gli indici, tra i quali si deve collocare la fronte.

La cortesia significa contenimento per reindirizzare gli istinti, la sua ripetizione risulta sempre educativa ed organizzativa per le gerarchie, il saluto al Maestro ha questo significato, il saluto con il tuo contendente riconfigura lo spazio formale del combattimento apportandovi dei limiti, ricordandoci che il nemico è dentro di noi, non fuori.

L’altro è solo uno specchio (un’opportunità di presa di coscienza ), nel quale le nostre limitazioni si vedranno rispecchiate, il quale non è, dunque, il colpevole di esse.

II · NON UTILIZZERAI MAI IL KARATE-DO SENZA MOTIVO

Sun Tsu comincia il suo libro sulla Guerra avvertendoci: “La Guerra è un tema di vitale importanza, il territorio della vita e della morte, non deve essere affrontato alla leggera”.

Giustificare l’aggressione è un argomento filosoficamente complesso, per Funakoshi l’aggressività si spiega solo come atto difensivo, la violenza gratuita era continuamente criticata dal Maestro, oppostosi perfino al Ju Kumite (combattimento libero) che suo figlio invece propugnava.

Inoltre, il Karate è persino un allenamento della personalità, dello spirito dell’allievo che allena il suo carattere ed il suo corpo per raggiungere uno stato di allerta e di eccellenza, non per ostentare le sue abilità o per dimostrare a sé stesso o agli altri qualcosa.

III · PRATICARE IL KARATE-DO CON SENTIMENTO DI GIUSTIZIA

Rafforzando il punto precedente, il Maestro aggiunge inoltre che la pratica del Karate ed il suo utilizzo devono servire solo cause giuste, con atteggiamenti impeccabili, allo stesso modo, in questo punto Funakoshi ammonisce coloro che pretendono di utilizzare il Karate e le sue conoscenze al servizio di ignobili cause.

Per gli Istruttori, la selezione degli allievi e delle loro intenzioni nell’apprendimento dell’Arte  era una delle sue principali preoccupazioni e, sebbene oggigiorno il potente Cavaliere Denaro abbia abbassato i parametri limitando l’entrata solo a coloro che pagano la retta mensile, è giusto ricordare che abbiamo una responsabilità aggiunta nell’esercizio dell’insegnamento dell’Arte.

IV · PRIMA DI CONOSCERE GLI ALTRI BISOGNA CONOSCERE SE STESSI

Esattamente come recitava il testo scritto nel portico dell’Oracolo di Delfi “Conosci te stesso“, Funakoshi stabilisce qui uno dei principi essenziali della via del Guerriero, “Niente fa niente a nessuno! “ invece di nasconderci incolpando continuamente gli altri delle circostanze negative della nostra vita,Funakoshi per prima cosa ci intima di guardarci dentro ed, in questo modo, di assumerci la responsabilità per i nostri atti .

Invece di perdere tempo a tentare di fuggire dalle nostre miserie evidenziando le altrui, il Maestro ci chiede rigore nei nostri giudizi, guarda prima te stesso, poi te stesso, poi ancora te stesso e, dopo esserti guardato dentro, rifallo ancora una volta, e solo a questo punto considera gli altri.

V · DALLA TECNICA NASCE L’INTUIZIONE

Questo è un principio spesso mai interpretato in Occidente, molti credono che sia la tecnica in sé ad essere importante, tuttavia dobbiamo partire dal fatto che per gli orientali il valore delle cose sta nella loro forma.

La tazza esiste ed ha un’utilità nella misura in cui possiede uno spazio in grado di contenere.

La ruota rotea e sostiene la propria struttura perché possiede uno spazio tra i raggi, la tecnica è dunque “la forma“ che ci conduce al movimento naturale, non un busto stretto che strangola la nostra fluidità, tuttavia, per raggiungere tale abilità è necessario allenare la tecnica per alla fine realizzare la conoscenza attraverso il vincolo con “il naturale”.

Così Funakoshi ci ricorda che la pratica di una forma tecnica corretta, ci collegherà alla nostra conoscenza essenziale con l’intuizione, per fluire in modo naturale con le infinite circostanze.

VI · NON LASCIATE VAGABONDARE LO SPIRITO

La concentrazione è in ogni pratica Orientale un principio insostituibile, quando il duro allenamento esercita una pressione sufficiente, la mente tende a vagabondare, ad allenarsi, per interrompere lo sforzo.

Funakoshi era un uomo di abitudini e principi solidi ed ordinati, conoscitore del fatto che tutto comincia in Yin, mantenerci fermi nel qui e adesso è essenziale per la pratica del Karate come via di coscienza.

La routine e le ripetizioni dell’allenamento sono una dura prova per la concentrazione, l’allievo deve evitare la dispersione mentale e la meccanizzazione del movimento, solo essendo presenti, le tecniche possiedono la forza e l’intensità adeguate, solo concentrati nella loro applicazione possiamo ricaricare i nostri sistemi di forza, per concludere l’allenamento più forti di quando l’abbiamo cominciato.

VII · IL FALLIMENTO NASCE DALLA NEGLIGENZA

Per il Maestro non ci sono casualità, non ci sono “Ma” e non ci sono “Se”! Con questo punto il Maestro rafforza il precedente, l’attenzione, l’impegno sono essenziali nella pratica.

Non servire adeguatamente le parti che formano il tutto, farlo con deficienza, senza l’attenzione dovuta o senza lo sforzo necessario, conduce al fallimento, il fallimento non è una disgrazia che cade arbitrariamente dal cielo, ma anzi è sempre il risultato della distrazione, della disattenzione, dell’abbandono, della negligenza, dell’apatia o della trascuratezza.

Funakoshi ci ricorda che siamo responsabili dei nostri atti e dei suoi risultati, aprendoci così la porta delle possibilità di miglioramento e di crescita, l’evoluzione esiste a partire dal continuo errore, perciò il guerriero si alza ad ogni caduta con la certezza che, se corregge il suo errore, potrà raggiungere il suo obiettivo.

VIII · IL KARATE-DO SI PRATICA SOLO NEL DOJO

Il Dōjō è letteralmente “il posto del risveglio“ , il Karate-dō , non è una pratica utile ad attaccarsi per le strade, il suo obiettivo non è sottomettere gli altri, bensì rimodellare se stessi, per risvegliarci in una realtà dove il simbolico e il reale sono una cosa sola.

Con questo principio il Maestro ci ricorda ancora una volta che non dobbiamo utilizzare inadeguatamente le nostre conoscenze, circoscrivendo la nostra pratica nello spazio sacro del Dōjō .

IX · LA PRATICA DEL KARATE-DO DURA TUTTA LA VITA

Come pratica spirituale, il Karate-do è un’Arte che fa parte per sempre della natura degli allievi, inoltre, recitando questa frase gli allievi rinnovano quotidianamente il loro impegno con l’Arte, dandogli lo spazio adeguato nel loro essere.

Come pratica dai lunghi e lenti risultati, il Karate richiede un impegno durevole per raggiungere i suoi obiettivi e togliere il velo che nasconde i suoi tesori, perciò il Maestro in questo principio, ripete la necessità in un impegno per tutta la vita.

X · AFFRONTO I PROBLEMI CON LO SPIRITO DEL KARATE-DO

Ancora una volta comprendiamo attraverso un altro principio, che il Karate do come Arte trascende l’ambito del puramente fisico o sportivo, il Karate è un modo di vivere, un modo di affrontare le cose .

Quando Funakoshi ci intima di affrontare i problemi con spirito del Karate do, ci ricorda che siamo guerrieri ventiquattro ore al giorno, non solo quando siamo sul tatami , in questo modo il Karate do è implicato in tutti gli avvenimenti dell’esistenza del praticante, in modo tale che le virtù che l’adornano debbano attivarsi davanti alle avversità con autocontrollo, responsabilità, forza di superamento, rispetto ed impegno.

XI · IL KARATE-DO È COME L’ACQUA CHE BOLLE

L’acqua è un argomento ricorrente ed essenziale nella tradizione nipponica, esistono duecento termini differenti per dire acqua in funzione dello stato e delle circostanze che la circondano.

L’acqua è il principio della vita e l’essenza della sua natura è andare verso il basso, fluire, avvolgere, non opporsi.

Quando Funakoshi cita l’acqua nel suo stato di ebollizione, ci sta parlando dell’acqua nel suo stato “legno“, facendo riferimento ai cinque elementi chiamati GO KYO in Giappone.

Il legno si caratterizza per essere la forza di volontà e l’acqua in ebollizione si trasforma così nella realizzazione opposta della sua natura, attivandosi sale invece di scendere, cercando l’evaporazione, quest’attivazione della natura dell’acqua è il fuoco di consapevolezza che sorge dallo sforzo del praticante.

Perciò il praticante deve essere capace di rimanere in uno stato fluido ma attivo, sempre pronto a rispondere ad un attacco.

XII · NON ALIMENTATE L’IDEA DI VINCERE NÈ QUELLA DI ESSERE VINTI

Questo punto è quello che ha generato la tanto discussa polemica se il Karate debba essere o meno praticato in competizione.

La cosa essenziale in questo ambito risiede nell’atteggiamento corretto dell’allievo.

Se collochiamo l’obiettivo all’esterno infatti, senza dubbio non lo stiamo collocando all’interno.

Ma tale decisione è più uno stato d’animo che un atto definito, per il Maestro, il Karate è innanzitutto una via interna, come cammino verso l’auto-superamento nel Karate, i risultati esterni non possono essere il suo fondamento.

Pertanto il nemico non sta fuori bensì dentro di noi, ogni volta che rispondiamo solo esternamente, staremo trascurando la vera ragione d’essere dell’Arte.

XIII · ADATTARE L’ATTEGGIAMENTO A QUELLO DELL’AVVERSARIO

Bisogna evitare le formule preconcette nella vita, essere flessibili, adattarsi sempre alle circostanze, la pratica dell’Arte non è l’applicazione di formule, bensì la risoluta conquista delle risorse necessarie per fluire costantemente oltre le nostre limitazioni.

“Ogni toro ha la sua corrida“ recita il detto taurino, perciò quelli che pretendono di usare sempre la stessa tecnica davanti a diversi rivali saranno sconfitti.

XIV · IL SEGRETO DEL COMBATTIMENTO RISIEDE NELL’ARTE DI SAPER DIRIGERLO

Il combattimento come dice Sun Tsu , è un tutto dove regna l’apparente disordine, tuttavia l’esperto sa comprendere le chiavi nascoste utili ad ordinarlo, è possibile dirigere, perché nel mezzo dell’apparente caos dobbiamo capire che non solo esiste un ordine, ma che può essere diretto da un centro.

Comprendere che il centro della spirale dirige la sua periferia, sia nello spazio che nel tempo, è la chiave Maestra che ci propone Funakoshi ricordandoci che tutto questo è possibile e ci intima a cercare quei ritmi essenziali che dominano ogni contesa, per diventare padroni del ritmo del rivale affinché balli secondo la nostra musica.

XV · LE MANI E I PIEDI DEVONO COLPIRE COME SCIABOLE

Qui il Maestro sottolinea la conoscenza delle spirali come le forze e i movimenti più potenti e naturali.

Einstein ci aprì gli occhi comprendendo l’affermazione per la quale la linea più vicina a due punti è quella retta, non sarebbe stata sempre corretta, la stessa conformazione delle nostre braccia sorge nel periodo embrionale  da due spirali che derivano dalla collisione delle forze Cielo e Terra, che generano l’embrione.

Nella loro polarizzazione che è la crescita, queste forze sviluppano due paia di spirali di sette giri che generano le braccia e le gambe, una è più lunga, Yin (le gambe), e l’altra è più corta, Yang (le braccia), la loro concezione e la loro architettura fanno si che ogni movimento circolare sia facilitato.

Per questa ragione la Katana giapponese è curva, di fronte alla maggior parte delle spade occidentali, la comprensione dei principi della spirale è incisa profondamente nella conoscenza popolare Orientale e spesso rappresentata nei suoi simboli, il Maestro ci ricorda con questo principio che dobbiamo agire in sintonia con la natura delle cose e non contro essa, aprendo con questa chiave la porta ad un principio che ogni allievo deve ricordare nel proprio apprendistato.

Una chiave per ricordare oltre ciò che il suo Maestro gli insegna.

XVI · SGOMBERANDO LA SOGLIA DELLA VOSTRA CASA 10.000 NEMICI VI ASPETTANO

Ancora una volta il principio dell’attenzione continua, l’attenzione deve chiudersi nell’entropia , niente di meglio perciò di mettersi alla prova, per questo il Maestro non insegna il suo trucco, state sempre in guardia! Così la vostra attenzione rimarrà all’erta.

I vietnamiti normalmente si ripetevano: “chi si aspetta il peggio, non prende mai l’iniziativa“, non so perché ma personalmente questa regola mi riporta sempre alla memoria un detto Orientale che mi piace molto: “Se una tigre fa la guardia al passaggio, diecimila cervi non passeranno“.

XVII · KAMAE È LA REGOLA PER IL PRINCIPIANTE, DOPO È POSSIBILE ADOTTARE UNA POSIZIONE PIÙ NATURALE

Kamae. Stare in guardia , attenti, in posizione, pronti a reagire.

Sanzionando la precedente affermazione, il Maestro ci ricorda che l’allenamento possiede dei gradi ed ha un’evoluzione, l’allenamento è come un imbuto dove devi passare, restringe la tua natura, prescindendo quindi dal non necessario, per poi tornare ad essere te stesso ma trasformato dall’esperienza.

È un modo di rendere naturale un viaggio di andata e ritorno nel quale il tuo bagaglio è la cosa imprendibile, i tuoi ricordi, le tue esperienze. Su questo punto ricordo il detto Zen:

Prima dello Zen, la montagna è montagna, la valle, valle, la Luna, Luna. Durante lo Zen la montagna non è più la montagna, né la valle, valle, né la Luna, Luna . Dopo lo Zen, la montagna ritorna ad essere montagna, la valle, valle, la Luna, Luna.

Niente è cambiato, tuttavia tutto è differente. Kamae è un atteggiamento con il quale si allena una chiave che apre una porta, non la stanza nella quale vuoi entrare, è il dito che indica la luna, non la luna stessa.

XVIII · I KATA DOVRANNO ESSERE REALIZZATI CORRETTAMENTE, TUTTAVIA NEL COMBATTIMENTO REALE I LORO MOVIMENTI SI ADATTERANNO ALLE CIRCOSTANZE

Di nuovo ci ricorda di essere flessibili, ma rigorosi.

I Kata sono la base della  “Forma“, perciò è essenziale che nella loro pratica si allenino i movimenti con perfezione tecnica, non c’è contraddizione tra questo e combattere con movimenti che non riproducano quelli che si eseguono nel Kata, come sostengono alcuni maestri attuali.

Funakoshi lo disse chiaramente in questo punto, ancora una volta dobbiamo ricordare la posizione che assumono gli Orientali rispetto alle forme e che sviluppammo nell’analisi del primo punto del Dojo Kun.

Lo scopo del Karate-do non è quello di creare lottatori estremi, bensì sviluppare lo spirito od il corpo dell’allievo attraverso un allenamento che tiri fuori il meglio di lui, favorendo la positiva formazione di individui che possano, inoltre, essere elementi positivi per le loro società.

XIX · TRE FATTORI VANNO CONSIDERATI: LA FORZA, LA CONSISTENZA ED IL GRADO TECNICO

Davanti ad un compagno o di fronte ad un avversario Funakoshi ci ricorda i tre fattori che dobbiamo tenere in considerazione nella valutazione di noi stessi e di chi abbiamo di fronte, i primi due si riferiscono a considerazioni fisiche ed il terzo all’esperienza e alle conoscenze.

XX · APPROFONDITE IL VOSTRO PENSIERO

Probabilmente all’epoca, come adesso, gli allievi di Karate erano persone più d’azione che di riflessione, ma dato che tutto va visto nel suo opposto, il Maestro conclude le sue proposte con una chiara allusione allo sviluppo mentale degli allievi.

In questo piano di realtà tutto è mente o, con le parole di Carlos Castaneda, “Il Mondo è una descrizione“.

Non è vano, quindi, ricordare ad ogni praticante di Karate do di sviluppare le proprie abilità e le proprie conoscenze per crescere come persona, comprendendo la realtà che sta dietro le apparenze, riflettendo e meditando per completare il proprio apprendistato.



Conclusioni

Abbiamo visto in questa analisi che il Karate-do che propose il suo fondatore è una pratica trascendente, nella misura in cui può portarci oltre il simbolico, una via che apre porte e finestre per permetterci di capire e di agire giustamente, persino oltre le valutazioni morali.

Una via di crescita interna che sgorga all’esterno in risultati positivi

una formulazione della via del guerriero che ha saputo, in un modo o nell’altro, trovare un’eco quasi impensabile in quei giorni passati in cui il Maestro coniugò la tradizione Guerriera millenaria dell’Oriente con la comprensione e le formule iniziatiche proprie della tradizione nipponica, raggiungendo una formula Universale ed intensa che è durata, ha evoluto e trasformato migliaia di esseri umani nelle ultime decadi.

Benché oggi i suoi principi esposti nel Dojo Kun siano ignorati, essi rimangono vivi nella spirito che soggiace alle diverse pratiche negli svariati stili, trasformazioni e polarizzazioni di una stessa spirale iniziale, un punto di partenza fermo che ebbe un nome: Gichin Funakoshi .

Perciò, Maestro, con questo articolo voglio rinnovarvi la mia eterna gratitudine ed il mio riconoscimento

E per farlo, niente di meglio che ripensarti proprio quando tanti allievi pensano che tu sia antiquato.

Quello che loro non sanno, è che il classico in quanto tale è eterno e non può mai essere antiquato.

Note


COPERTINA la speranza del karate nelle olimpiadi

[ARCHIVIO] La speranza del Karate alle Olimpiadi è morta!

Consentitemi questo piccolo sfogo di amarezza. Il titolo di questo articolo esprime chiaramente ciò che voglio intendere.

Fin dalla unificazione F.I.K – F.E.S.I.K.A ad oggi Iscritto alla F.I.J.L.K.A.M c’è un’unica speranza che ha unito tutti noi che abbiamo militato nella F.I.J.L.K.A.M, ed era che un giorno, visti gli iscritti, viste le medaglie e visto il riconoscimento del C.O.N.I, ci saremmo visti gareggiare alle Olimpiadi.

Ho molta difficoltà nell’affrontare questo argomento e probabilmente una forte delusione, nel sapere che dopo circa vent’anni di lavoro ed illusione, oggi cada tutto.

Gli sforzi del Miliardario Tatsuno, che oltre l’impegno oltre i suoi appoggi politici ha profuso denaro e mezzi arrivando quasi al successo portando il karate alle Olimpiadi ma non potendo realizzarlo a causa della sua prematura morte.

Sicuramente però una grande parte l’ha fatta la divisione tra la WUKO di Delcourt e la JTKF di Nishiyama affinché il C.I.O non prendesse seriamente in considerazione l’ingresso del Karate alle Olimpiadi.

MA NOI CI ABBIAMO CREDUTO, AVEVAMO LE CREDENZIALI A POSTO!

Le scissioni e le nuove Federazioni nate un po’ dappertutto. Sicuramente non hanno aiutato questa disciplina.

Si è tentato modificando il sistema d’arbitraggio, il livello tecnico è stato portato a livelli stratosferici, ma non è servito allo scopo.

Marcus Cyron, Table tennis at the 2018 Summer Youth Olympics

Lo stesso prof Pellicone effettuò un tentativo per farsi eleggere alla presidenza della WKF (federazione fondata da Delcourt eliminando il gruppo di Nishiyama), ma ne uscì perdente perché vinse lo spagnolo Espinos che ha fatto di tutto per rendersi antipatico ai karateka di mezzo mondo.

Il C.I.O. ha fatto la sua scelta sul Golf ed il Rugby per le Olimpiadi del 2016, lasciandoci fuori e uccidendo le ultime speranze!

Per i non addetti ai lavori può non significare niente. Per noi che abbiamo sperato, sofferto sacrificato è una situazione che ci mette KO anche perché ci avevamo veramente creduto.

Non rimane che continuare a lavorare e credere in quello che facciamo, si sa che la vita va affrontata senza farci schiacciare dagli eventi negativi.

Andiamo avanti non sarà una mancata Olimpiade a non farci sentire MAESTRI DI ARTI MARZIALI E DI VITA!!!

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Note


Ridi pagliaccio… ridi! Lo spettacolo deve continuare

Continuare… nonostante tutto.

Mamma, perché quel pagliaccio piange mentre cerca di far ridere noi?”

Questo chiesi a mia madre quando avevo cinque anni e mi aveva portato al Circo Zanfretta a Carbonia.

Piange perché deve aver ricevuto una cattiva notizia, ma l’ordine è ridi pagliaccio…ridi, lo spettacolo deve continuare nonostante tutto“

Quelle parole mi rimasero come scolpite nella mente, mi chiedevo come si potesse continuare lo spettacolo mentre il cuore chiedeva di poter piangere e scappare via.

Questo ricordo comunque fu ed è il credo che ho sempre seguito nella mia vita lavorativa e sportiva.

Nel 1985 dopo due anni di preparazione, portai una mia atleta ai campionati Italiani di Karate, avevamo passato i due anni di lavoro sacrificando tante domeniche per dedicarci alla preparazione individuale.

Avevo sperimentato che nonostante la corazza che mi ero creato, mi affezionavo ad ogni allievo. Il lavorare, sudare e sacrificare assieme creava e crea un flusso che ci univa e tuttora ci unisce.

Arrivammo a Roma e vinse in titolo Italiano dopo ben cinque combattimenti. Una volta tornati a casa però non venne più in palestra, la contattai e mi disse queste testuali parole

Il mio ragazzo non vuole che continui perché se mi rompono il naso non mi vuole più“.

Piangendo mi disse che non sarebbe più venuta in palestra.

Un pezzo della mia corazza si ruppe e sentii che anche un pezzo di cuore se ne andava, fu difficile per me credere ancora in qualcuno che mi chiedeva di essere preparato per le gare, ma lo feci, iniziai a preparare altri ragazzi e una ragazza di 20 anni e 50 kg di peso.

Lavorammo sodo per diversi anni, facendo esperienza gareggiando in tornei promozionali, fino a che non venne il momento dei campionati Italiani.

Il Palalido a Roma era gremito, atleti e spettatori creavano un’atmosfera elettrizzante.

L’adrenalina era alta, quando salì sul tatami la mia atleta vi furono molte risate e fischi. I 50 kg creavano ilarità, ma quando vinse il primo combattimento vi furono più applausi che fischi, quando infine vinse, dopo cinque combattimenti il titolo Italiano, un boato scosse il palazzetto, gli applausi e le urla di incredulità del pubblico furono la gratifica per la ragazza, nonostante tutte le umiliazioni era stata caparbia e il risultato l’aveva premiata!

Maestro, devo partire per lavoro a Limone sul Garda. Mi piange il cuore, devo abbandonare la palestra!

Un altro pezzo di corazza si ruppe e un altro pezzo di cuore assieme a lei.

Continuai comunque a credere nei miei atleti, ripromettendomi però di non affezionarmi più a nessuno. Sono passati tanti anni da quei giorni, forse centinaia di atleti sono transitati in palestra, iniziai la preparazione di un ragazzetto di nove anni il quale aveva espresso il desiderio di combattere.

Campionati regionali medaglia d’oro, campionati del mondo quarto posto su 40 combattenti, campionati interregionali medaglia d’oro, mi affezionai a quel ragazzino, perfezionammo tattiche di gara, strategie che si dimostrarono vincenti, le soddisfazioni iniziavano ad arrivare, mi dicevo

Vedi, dopotutto c’è qualcuno che non demorde, che vuol continuare, che vuole essere un campione, hai fatto bene a dare ancora fiducia”.

Circa un mese fa mentre ci si preparava per i prossimi mondiali, prima dell’allenamento questo ragazzino venne con la madre la quale mi disse:

Non vuole più continuare, con grosso dispiacere anche per noi, abbiamo cercato di fargli cambiare idea ma non c’è niente da fare

Avevo dimenticato cosa si provasse, ma in quel momento sentii una mano che mi stringeva il cuore, non riuscii a dire altro che “Pazienza, ti stai portando via un pezzo del mio cuore, ma sopravvivrò!“.

Andati via. Entrai nello spogliatoio, e senza accorgermene sentii una lacrima che mi scendeva lungo la guancia.

L’asciugai, udii i ragazzi che entravano in palestra per iniziare la lezione. Era ora, mi tornò in mente: “Ridi pagliaccio…ridi, lo spettacolo deve continuare“.

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Note

Nel karate ci sono PREGIUDIZI, lo sappiamo TUTTI

Quanti Sensei sono realmente qualificati per insegnare una disciplina così difficile?

I lottatori, fuori controllo, ripresero la lotta avventandosi uno sull’altro come in una lotta tra cane e gatto. Varie cinture nere e altri assistenti saltarono allora sul ring. Quando smisero di lottare, la gente che era salita sul ring tentò di attaccare un uomo con la pelle di colore differente, come se un’onda razzista fosse sul punto di esplodere nel Karate americano. Gli organizzatori del torneo a questo punto pensarono di tenere dei tornei separati per bianchi e neri, sperando che lo spirito del Bushido restituisca la saggezza agli atleti di Karate prima che degenerasse tutto nei tornei

La filosofia del Bushido finisce sempre per apparire in discussioni accademiche di questo tipo, l’ideale sarebbe che prevalesse sempre lo spirito del Bushido, così non ci sarebbero problemi, ma quanti Sensei sono realmente qualificati per insegnare una disciplina così difficile?

Quanti oggi possono dire oggi ai loro allievi “Seguitemi ,che io vi indicherò la strada“?

Il mio Maestro “Nakaashi” una volta mi ha detto I pregiudizi sono un atteggiamento della mente, la discriminazione è un’azione”.

Uno può apparire senza l’altro, i comitati e le commissioni possono formarsi per creare un codice di condotta che elimini il pregiudizio di fondo, ma c’è un solo modo per combattere i pregiudizi: un cambiamento di carattere, aiutato ed appoggiato dalla disciplina e dal rispetto.

I Maestri di una volta avevano la risposta. Per loro, nei loro insegnamenti era l’Etica: sapevano che la natura di un uomo non cambiava perchè si vestiva con abiti civili o con il gi.

Il cambiamento del carattere deve essere fatto dall’allenamento, un allenamento con una severa disciplina

La continua ripetizione e revisione delle basi, anno dopo anno, fu pensata per fare una selezione e lasciar fuori gli allievi troppo emotivi e impazienti.

Gli istruttori il cui comportamento si basa più sulla rottura che sulle promesse non dovrebbero parlare, nessuno può negare che l’atteggiamento degli allievi rifletta l’ambiente dei Dojo nel quale si allenano, ogni Dojo è unico, ognuno ha nel suo specifico ambiente la sua specifica personalità, un Dojo è il riflesso dei Sensei, dell’organizzazione e dell’ambiente.

Generalmente, un Dojo attrae e conserva gli allievi che si inseriscono nel suo ambiente

Se un Sensei segue una traiettoria deviata, i suoi allievi seguiranno la stessa traiettoria, c’era una vecchia storia che illustra questo punto:

Perché non cammini dritto figlio mio? Disse un vecchio granchio a suo figlio, devi imparare ad andare dritto!Insegnami come, padre, rispose il giovane granchio, e quando andrai dritto, proverò a seguirti.

Un’immagine vale più di mille parole e finché i Sensei di questo paese non agiscono seguendo questo principio, il Karate sarà come il vecchio granchio che non riuscì a rispondere al proprio figlio.


Era appena finita la guerra del Pacifico e l’occupazione del Giappone era in pieno svolgimento

Una sera, dopo aver visto un film, Arai andò a camminare a Isezaki-cho, la strada principale di Yokohama, da dove provenivano grida, voci, parolacce che ascoltava ed il suono di una rissa a Negishiva, nell’unico luogo aperto tutta la notte.

Quasi tutti i giapponesi che si trovavano per strada a quell’ora erano magnaccia, prostitute, ladri e delinquenti

Era appena finita la guerra del Pacifico e l’occupazione del Giappone era in pieno svolgimento, quasi tutti i giapponesi che si trovavano per strada a quell’ora erano magnaccia, prostitute, ladri e delinquenti, il resto erano uomini delle Forze Armate statunitensi e marinai della marina mercantile che, al crepuscolo, si riunivano nel Ne gishiya per prendersi un ultimo drink o farsi uno spuntino, in questo miscuglio così eterogeneo di gente, le risse notturne erano abituali e il Negishiva era il luogo adatto a questo.

Ci fermammo a guardare e la rissa finì in piazza, di fronte all’entrata, un marinaio della mercantile stava lottando con due soldati e un bullo, il marinaio non riusciva quasi a reggersi in piedi, un gancio sinistro nello stomaco lasciò uno sei soldati a terra e un uppercut destro lasciò l’altro stordito.

Quando stava andando dal bullo, una bottiglia che qualcuno lanciò dalla folla gli colpì alla testa e lo atterrò

La folla corse verso di lui, gli diedero calci violentissimi e, come lupi intorno ad una preda indifesa, riempirono l’ambiente di suoni spaventosi. All’improvviso, Arai si avventò sulla folla per aiutare l’uomo, emise un kiai come non si è più sentito da quella notte di novembre, il suo kiai fece tacere di colpo la folla assetata di sangue e restarono pietrificati, proprio allora apparve la Polizia Militare e, all’improvviso, la folla scomparve.

La mattina seguente, prima dell’alba, Arai andò nel cortile antistante la casa e iniziò a praticare kiaijutsu, il Sensei diceva sempre “Devi tirar fuori il tuo spirito attraverso il suono“ dopo la notte precedente Arai si rese conto che il Kiai che aveva emesso era un Kiai di stordimento, era un buon kiai che utilizzato in momenti chiave del combattimento poteva pietrificare l’avversario o paralizzarlo, doveva essere una vera e propria arma.

In genere il kiai emesso durante la pratica delle arti marziali è un semplice grido dalla gola, ma il vero si tira fuori in modo esplosivo dalla zona addominale, in coordinazione con il diaframma, la posizione della lingua è importante, le diverse posizioni della lingua danno luogo a diversi tipi di kiai.


Muso Gonnosuke affermava che aveva sconfitto in un combattimento l’incomparabile Miyamoto Musashi utilizzando un bastone

La sua affermazione era difficile da credere, poiché nessuno era riuscito a battere Miyamoto in un duello con la Katana, e tanto meno con un bastone, la storia inoltre raccontava che Miyamoto aveva vinto gli avversari in sei duelli a morte, per questo l’impresa di Gonnosuke doveva sembrare incredibile.

Secondo quanto si racconta, accadde una seconda volta, Miyamoto sconfisse Gonnosuke in un primo combattimento ma gli risparmiò la vita, la seconda volta, dopo aver studiato per tre anni come battere  Miyamoto, ci riuscì con un lungo Bo di più di un metro e lasciò che Miyamoto se ne andasse risparmiandogli anch’egli la vita, così come aveva fatto lui con la sua.

Arrivava perfino a dover rifiutare nuovi allievi, poiché il suo Dojo avrebbe potuto correre il rischio di crollare

Il contributo di Gonnosuke ai posteri comunque non è questo fatto rilevante solo nelle arti marziali, ma è stato anche il primo ad introdurre i principi nel mondo dello spettacolo delle arti marziali e le rese attrazioni per un pubblico desideroso di pagare per vederle, riuscì anche a fare del suo modo di vestire un altro spettacolo, si vestiva come un pavone reale e si pavoneggiava come tale, tutti i suoi movimenti erano calcolati, come si dice nel mondo dello spettacolo, nessun artista vale più di ciò che può ottenere al botteghino, la gente accorreva in massa per vederlo lottare e vedere come muoveva il suo corpo.

Arrivava perfino a dover rifiutare nuovi allievi, poiché il suo Dojo avrebbe potuto correre il rischio di crollare, Gonnosuke era inoltre un uomo d’affari sensato ed intelligente, con una mente fredda, non faceva quello che fanno oggi molti professionisti, far salire i prezzi alle stelle.

È un peccato che non si sia scritto molto su di lui, è probabile che i tradizionalisti abbiano detestato il suo lato professionale, ma in quel momento chi poteva prevedere eventi futuri che si sarebbero verificati 500 anni dopo?

Un buon Sensei deve trasformare il potenziale di un allievo in qualcosa di reale, ogni allievo può diventare potenzialmente un Maestro ed è il Sensei che si fa carico di motivare ed indirizzare l’allievo perchè questo possa scoprire se stesso. La motivazione del Sensei ha un effetto simile al processo che fa trasformare una crisalide in una bella farfalla


Narra un atleta

Narra un atleta: eravamo da tre giorni in un programma di allenamento estivo in montagna e si stava rivelando duro, ci restavano davanti sette giorni di un corso di dieci giorni, stavamo imparando allenamento di arti marziali e sopravvivenza in montagna.

Dovevamo adattarci per ottenere cibo da Madre Natura

Era difficile sopportare il rigoroso allenamento che aveva stabilito il professore e, inoltre, dovevamo imparare tecniche di sopravvivenza, dovevamo adattarci per ottenere cibo da Madre Natura, per me non era molto complicato, ma per un mio compagno Tanaka stava diventando molto dura.

Tanaka non era una persona molto comunicativa ma, ogni volta che apriva bocca, l’unica cosa di cui parlava era del buon cibo che c’era nel quartiere cinese di Yokohama “Non credo di essere un Samurai, ora che ci penso, i miei antenati erano agricoltori, una cosa è certa, dovevano avere sempre qualcosa da mangiare “ .

Tutti finimmo col perdere peso, a volte Sensei diceva: “Vi stanno diventando grandi i pantaloni? Ricordate che quanto più lunga è la cintura, tanto più corta sarà la vita“.

Un giorno, dopo aver imparato a catturare pesci nel fiume con un arpione, Tanaka mi disse “Sai ora che ci penso, non ho mai sentito parlare di un Samurai grasso, probabilmente l’obesità gli avrebbe impedito di fare movimenti e avrebbe diminuito la sua resistenza, sto imparando a valorizzare questa esperienza, sto iniziando a capire perché il Sensei ha incluso questo tipo di allenamento.“

L’ultima notte il Sensei di diresse verso di noi e disse: “In tutta la sua vita Miyamoto Musashi partecipò a 60 combattimenti, la maggior parte mortali, il suo primo combattimento fu a 13 anni e l’ultimo quasi a 30, in seguito non tornò più a lottare e morì sul tatami, da vecchio ed in pace“.

Decisamente, fu una delle figure più importanti del Giappone, tuttavia non riuscì a trovare un successore, mentre lo trovarono figure meno abili di lui, Miyamoto ha commesso lo stesso errore che commettono molti bravi Maestri, tentò di formare un allievo a sua immagine e somiglianza.


Un buon Sensei non è colui che forma un allievo come lui, ma colui che trasforma il potenziale del suo allievo in realtà

Io sono io e tu sei tu, quando arriva il tuo momento, dovrai trasformarti in te stesso, e il modo per farlo è insegnare le arti marziali come un’esperienza totale, non come un’arte specializzata.

Note


Storia delle Arti Marziali

Nan-in, un maestro giapponese dell’epoca Meji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il te, colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè dalla tazza, poi non riuscendo più a contenersi disse “È ricolma, non ne entra più!” 

Come questa tazza disse Nan-in, tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture, come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?

Chiunque si cimenti nella storia delle arti marziali, rimarrà deluso, poiché non esistono documenti e nemmeno date certe sulla loro nascita e sul loro sviluppo

Sicuramente quello che oggi intendiamo come “Arti Marziali“, deriva dall’Oriente e ha nulla o poco a che vedere con i Greci ed il loro combattimento chiamato Pancrazio, che finiva quasi sempre con la morte dello sconfitto. E nemmeno con i gladiatori Romani, dove il combattimento si trasformò in spettacolo.

Pur se tutti si addestravano in scuole speciali, le arti marziali propriamente dette derivano da un elemento comune e fondamentale, dalla tradizione religiosa e medica, cioè dall’uso calcolato della respirazione per acquistare forza, calma e potenza.

Inoltre lo storico si scontra con un aspetto fondamentale dell’Oriente, i maestri di un tempo (ma accade ancora oggi), non rivelavano facilmente il loro sapere e a pochi veniva concesso e tramandato (solo oralmente, dopo un giuramento di segretezza), solo alcune tecniche venivano trascritte su pergamene e consegnate direttamente dal maestro all’allievo.

Quindi non avendo fonti storiche precise, dobbiamo rifarci ai miti e alle leggende e sostenerle con date e avvenimenti storici realmente accaduti. Molti credono che le arti marziali risalgano al Vl secolo d.C. e che si siano sviluppate in Cina.

Ci si basa sulla leggenda di un monaco indiano chiamato BODHIDHARMA, giunto in Cina nel regno dei Wei, nei monti Song Shan, nel tempio di Shao Lin

Questo monaco insegnava un modo nuovo e diretto di approccio al Buddismo, diretto e con lunghe meditazioni (si narra che lui stesso fosse stato in meditazione per nove anni in una caverna).

Per sopportare le lunghe ore di meditazione, insegnò delle tecniche di respirazione e degli esercizi per sviluppare la forza e le capacità di autodifesa.

Da questi insegnamenti è nato il dhyana o “scuola meditativa del Buddismo“ chiamata in Cina Chan ed in Giappone Zen.

Ma la storia ci ha dimostrato che in India e in Cina le arti marziali erano già diffuse prima dell’arrivo del Bodhidharma.

Anche in Cina, come in tutto il mondo, si passò gradualmente da piccoli stati indipendenti ad un’unica nazione.

Logicamente piccoli centri con piccoli eserciti (anche se talvolta l’esito di una guerra era affidato ad un combattimento individuale), successivamente la prosperità portò alla costruzione e alla edificazione di città e centri abitati.

È difficile trovare dei libri che diano indicazioni precise sulle origini delle arti marziali

Vi sono infatti molti dubbi relativi alle fonti, poiché i documenti trovati sono molto incerti e poco chiari in quanto i monaci fondatori, tramandavano verbalmente il loro sapere.

Forse la testimonianza più antica sulle origini delle arti marziali risale al ritrovamento di due statuette babilonesi datate tra il 3000 e il 2000 a.C, che rappresentano la parata, cioè la posizione fondamentale nelle moderne arti marziali.

Altrettanto insicure sono le fonti che testimoniano in Mesopotamia la nascita delle arti marziali

Un luogo che con le sue ricchezze avrebbe avuto la possibilità di mantenere “professionisti “in molti campi, soprattutto i praticanti di arti marziali, in quanto necessitavano di tempo per gli allenamenti e lo studio. Il risultato di queste applicazioni avrebbe portato il praticante di arti marziali a seguire un mercante o un sovrano come guardia del corpo.

Il problema che mette in dubbio una probabile relazione commerciale tra i paesi dell’Asia sarebbe data dall’incredula possibilità dei commercianti di riuscire ad attraversare un continente così vasto.

Ci sono, al contrario delle fonti che testimonierebbero i primi commerci tra la civiltà dell’India settentrionale e la Mesopotamia, verso il 2500 a.C e che, verso il 1300 a.C., in un’area che si estendeva dalla Cina all’Europa, circolava un’ascia di bronzo.

Benché tra India e Mesopotamia si commerciasse già dal 2500 a.c., sembra che gli scambi tra India e Cina si possano far risalire solo al Vl secolo d.C.

Perché fu in quel periodo che i monaci che percorrevano  le vie della seta, iniziarono a fondare templi utilizzati come centri culturali.

L’arte che aveva le radici in Mesopotamia si diffuse in Oriente, dove la Cina e l’India raccolsero le nozioni primitive che trasformarono, fino a culminare in quelle che oggi sono le tecniche più sofisticate che fanno parte dell’arte marziale.

L’arte marziale è il risultato di quello che nel passato fu un uso calcolato della respirazione e di una serie di esercizi combinati, per cercare di sviluppare doti come la forza, la potenza, la calma, unite ad uno spiccato senso religioso.

Nelle scuole, che si identificavano principalmente nei monasteri, la pratica si svolgeva in assoluta segretezza

Perfino le stesse scuole venivano tenute nascoste alle autorità

Il sapere può essere comunicato, ma la sapienza no. Non può essere trovata, ma può essere vissuta

Le tecniche di combattimento non venivano trascritte, ma tramandate verbalmente soltanto a coloro che avevano giurato di mantenere il segreto ed è per questo motivo che si ha difficoltà a recuperare gli scritti.

Se mi accorgo che qualcuno mi guarda con odio, non reagisco. Mi limito a fissarlo negli occhi, avendo cura di non trasmettergli alcuna sensazione d’ira o di pericolo ed il combattimento ancor prima di cominciare è già finito. Il nemico da battere è dentro di noi. Le arti marziali non significano violenza, ma conoscenza di sé stessi e degli altri

In Oriente si presuppone che la differenziazione di questa disciplina avvenne in un periodo compreso tra il V secolo a.C. e il lll secolo d.C.

In questo periodo non si deve fare distinzione tra le arti marziali e la guerra, dato che entrambi hanno a che fare con il combattere.

Prima del 500 a.C. l’attuale Repubblica Popolare Cinese era suddivisa in tante piccole nazioni, dove gli eserciti si trovavano a combattere individualmente, mettendo in pratica ciò che costituisce l’attuale arte marziale.

Gradualmente questi piccoli stati furono annessi a quelli più potenti e il risultato fu uno sviluppo del commercio.

Si crearono nuovi eserciti sempre più addestrati e preparati e anche le armi risultavano più potenti grazie all’utilizzo di acciaio sempre più raffinato e resistente.

Dal 300 a.C. le arti militari si trasformarono in arti marziali grazie allo sviluppo del commercio

Mercanti che dovevano attraversare le campagne colme di fuorilegge, erano obbligati ad assumere “guardie del corpo“ che proteggessero la loro merce, probabilme

Importante è la nascita de Buddismo nel 560 a.C. per opera del principe Gautama Siddharta Buddha in India che ha influenzato in modo radicale le scuole di India, Cina e Giappone.

In India nella seconda metà del l millennio a.C. il grado di specializzazione militare era inferiore rispetto a quello raggiunto in Cina

Il motivo va ricercato nel fatto che qui i combattenti venivano assoldati tra gli aristocratici istruiti e colti che limitavano la pratica dell’arte marziale ad un semplice addestramento generale.

Torniamo alla leggenda del monaco BODHIDARMA

Nel corso del suo pellegrinaggio pare avesse introdotto nel tempio di Sahaolin un metodo basato sull’addestramento relativo alla convinzione che corpo e mente non sono due entità separate ed in contrapposizione tra di loro.

Da questo particolare insegnamento nacque il chan cinese e lo zen giapponese

Se la leggenda corrispondesse alla verità, la figura di BODHIDARMA, avrebbe una doppia importanza in quanto fondatore della lotta Sahaolin e del Buddismo Chan.

Il tempio di Sahaolin fu costruito nel V secolo d.C., dal 528 fu destinato all’alloggiamento delle truppe e bruciò nel 535.

L’arte marziale militare si diffuse grazie all’espansione di religioni quali il taoismo e il buddismo in Cina e lo zen in Giappone.

Si affiancò così alle tecniche di combattimento il concetto di sviluppo spirituale e della salute fisica.

Tra le arti marziali di Cina e India esisteva una relazione molto stretta

Gli stili militari tra Cina e India erano completamente diversi.

Ma tra le arti marziali dei due paesi esisteva una relazione molto stretta.

Per esempio la sequenza dei movimenti di una particolare arte Marziale Indiana, il Kalaripayat, era molto simile a quella del Kung fu praticato ad Hong Kong.

Ci sono alcune fonti che testimonierebbero la nascita delle arti marziali prima ancora dell’arrivo del Grande Maestro.

Secondo Hua Duo, un medico vissuto durante il periodo dei Tre Regni, la tecnica si basava sui movimenti di cinque animali: la tigre, l’orso, la scimmia, la cicogna e il cervo.

La sequenza di questi movimenti sta alla base dell’arte marziale cinese che si pratica attualmente ed è per questo motivo che esistono molte controversie sulla precisa nascita delle arti marziali.

Parallelamente a questo periodo nell’India meridionale si presume tramandassero giá i metodi per colpire i punti vitali dell’avversario (cioè quelli che necessitavano di un solo colpo per abbatterlo).

Ne sono testimonianza i Sastra, gli antichi testi indiani.

Il problema relativo agli scambi culturali tra questi due paesi può essere spiegato se si pensa che a quell’epoca esistevano categorie quali mercanti e monaci diplomatici e la strada che divideva l’India dalla Cina era lunga e pericolosa.

Per questo motivo i mercanti assumevano guardie del corpo ben addestrate che avevano la possibilità di incontrare nuove culture ed evolversi.

Questo successe ancora prima della nascita del BUDDHA. Verso la metà del Vl secolo a.C. quando il Buddismo iniziò a rafforzarsi, i monaci indiani iniziarono a viaggiare.

La prima comunità buddista insediatasi in Cina risale al 65 d.C.

Da questo momento iniziò un’invasione della cultura Indiana in quella Cinese  alla ricerca dei luoghi santi.

È impossibile stabilire con precisione se le arti marziali siano nate prima in Cina o in India

È sicuro che entrambe presentano una stretta relazione con le arti marziali attuali.

Inoltre, le dottrine del Buddismo, Confucianesimo e Taoismo sono alla base delle tradizioni delle arti marziali che hanno coinvolto tutta l’Asia. Dal lll secolo d.C.

Le arti marziali hanno subito un arricchimento sia dal punto di vista tecnico che filosofico a fianco della religione Buddista.

Sono tante le arti marziali che possiamo distinguere oggi. Tale diversificazione è stata determinata dal coinvolgimento di paesi come la Corea, il Giappone ed il sud-est Asiatico.

Il Giappone è il paese che più di tutti ha subito l’influenza della cultura Cinese

Si può affermare che il Giappone è il paese che più di tutti ha subito l’influenza della cultura Cinese.

Attualmente vanta il maggior numero di praticanti in rapporto alla popolazione e la maggior varietà di discipline.

L’Occidente benché avesse avuto fin dal 1400 dei rapporti con l’Oriente, non si avvicinò alla pratica della arti marziali.

Questo perché i Maestri erano molto gelosi delle loro conoscenze e, inoltre, non vedevano positivamente la presenza di questi  “stranieri“

Fu solo nel 1900 che il judo e altre arti marziali vennero importati in Occidente.

L’interesse crebbe sino al 1945 in corrispondenza della seconda guerra mondiale. Molti soldati occidentali che si trovavano in Giappone infatti studiarono le arti marziali che poi insegnarono e diffusero.

Minor successo ebbero, invece, le discipline cinesi anche per la segretezza predetta.

Note


[STORIA ANTICA] L’arte del combattimento: un cenno di storia

Gladiatura e gladiatori: l’arena dell’arte.

  “D. Iunius Brutus munus gladiatorium in honorem defuncti patris primus edit“

Munus è il termine latino che, come scrive Tertulliano nel suo trattato sugli spettacoli: “È stato chiamato munus dall’impegno, che ha il medesimo nome con questo spettacolo gli antichi ritenevano di assolvere un obbligo nei confronti dei defunti“ ed è forse il nome con quale origine vennero indicati in origine i primi eventi aperti al pubblico, che divennero in seguito un vero e proprio fenomeno gladiatorio.

Le recenti scoperte archeologiche (tombe di Paestum) hanno permesso di collocare l’origine funeraria degli spettacoli gladiatori in una situazione storica/geografica attribuibile ad area “osco-sannitica“ anche se ancora non è chiaro se i romani importarono i giochi dalla Campania oppure dai contatti con gli Etruschi.

La collocazione in ambito funerario e celebrativo degli spettacoli a Roma è praticamente certa fin dal loro inizio, dallo storico Tito Livio apprendiamo infatti che nel 264 a.C.

Durante il consolato di Appio Claudio e Quinto Fulvio, gladiatori Etruschi dettero vita a combattimenti per le cerimonie sacre dei funerali di Decimo Giunio, come è riportato in questo passo di Valerio Massimo: “gladiatorum munus primum Romae datum est in foro Boario, App. Claudio, Q. Fulvio consulibus, daederunt Marcus et Decimus, fili Bruti Perae, funebri memoria patris cineris honorando“ .

Diverse iscrizioni epigrafiche confermano il legame, almeno iniziale, tra i giochi e le solenni cerimonie funerarie, una testimonianza la troviamo nelle epistole del II secolo di Plinio il giovane che commenta le onoranze funebri di un notabile veronese fatte in onore della moglie defunta: “Cuius (uxsoris) memoriae aut opus aliquod aut spectaculum atque hoc potissimum, quod maxime funeri debebatur“

Non sfugge certo la nemesi mediterranea di queste attività che ritroviamo nel mondo greco ed etrusco e che univano gli aspetti ludico/guerrieri e celebrazioni votive/sacrali, il progressivo distacco da questa iniziale condizione sacrale verso le forme di spettacolo pubblico (gladiatoria) sarà raccontato da alcuni cronisti come un fenomeno di tipo esclusivamente idolatrico.

Tertulliano, quattrocento anni dopo l’avvento dei munera a Roma, paragona i giochi di gladiatura ad omicidi e sottolinea come questi spettacoli non siano per i cristiani, teorizzando addirittura che si trattasse di sacrifici umani.

Malgrado le degenerazioni degli spettacoli dei gladiatori operate da alcuni imperatori (ad esempio Commodoro figliastro di Marco Aurelio) e le invettive di Tertulliano, i giochi non si fermarono, l’imperatore Traiano allestì uno spettacolo gladiatorio imponente durante il quale scesero nell’arena del Colosseo più di 10.000 gladiatori.

Niente era lasciato al caso, l’organizzazione era precisa e suddivisa per competenze

La parte amministrativa era affidata al personale “ratio a muneribus“, mentre i macchinari, i congegni e la coreografia dei giochi era competenza dei “ratio summi choragi“, dei costumi dei gladiatori e dei partecipanti erano incaricati gli “a veste gladiatoria venatoria“  e le caserme/scuole erano controllate dai “Procuratores familiarum gladiatoriarum“.

Tutto questo e l’enorme interesse popolare, fece dei giochi un potente strumento politico sociale ed economico, circolavano cifre enormi per la gestione dei giochi e spesso i sesterzi si sprecavano, la Gladiatura fu certamente l’aspetto più caratterizzante della visione marziale/sportiva durante l’impero romano, la figura dei “Procuratores familiarum gladiatoriarum“ è forse quella che meglio può far comprendere il fenomeno e l’estensione di quella che per molti era una vera e propria professione: il gladiatore.

Procuratores familiarum gladiatoriarum erano una vera e propria corporazione che controllava su mandato imperiale le numerose caserme sparse su buona parte dell’impero, la storia marziale europea deve molto a questa straordinaria diffusione della Gladiatura e caserme gladiatorie si trovano persino nei territori orientali.

Ma chi era il gladiatore?

Il gladiatore era quasi sempre un combattente professionista (gladiu, gladius,gladiatura), ma di là di questo non certo una figura definibile per semplice classe sociale, la condizione di molti era quella di prigionieri di guerra, altri invece erano schiavi, altri ancora potevano essere forzati alla scuola di combattimento e al circo in seguito ad una condanna.

Ma alla condizione sventurata dei primi si affiancava quella del tutto opposta che vedeva nelle file dei gladiatori i liberti (schiavi liberati) e diversi uomini liberi e di condizione e rango elevato come senatori e cavalieri, si hanno infatti notizie epigrafiche addirittura di un divieto scaturito da un senatoconsulto del 19 secolo d.C.

Dove si reiterava appunto ai senatori ed ai cavalieri un divieto a partecipare a tali attività, divieto emanato già nell’11 secolo d.C. Al quale sembra pochi si adeguarono, i gladiatori avevano un impresario, il lanista, che li raggruppava in gruppi detti familiae in un numero stabilito da norme precise.

I gladiatori non venivano mandati allo sbaraglio, ma apprendevano l’arte di combattere con le armi e disarmati in vere e proprie scuole.

Le leggi che regolavano l’istituzione delle familiae, dopo sanguinose rivolte la più famosa delle quali avvenne a Capua nel 73 a.C. comandata dallo schiavo gladiatore Spartaco, erano severe e fissavano un numero massimo di gladiatori per “compagnia“, i gladiatori non venivano mandati allo sbaraglio, come successe invece nelle degenerazioni in cui schiavi e cristiani erano messi a combattere con le belve fatte arrivare dalle province dell’ Africa, ma apprendevano l’arte di combattere con le armi e disarmati in vere e proprie scuole.

Nelle scuole di Gladiatura, l’Insegnante Magistro o Doctores secondo alcuni studiosi, si occupava della formazione tecnica delle singole specialità dette armaturae o nelle discipline minori quelle che potevano essere apprese per un uso polivalente non specialistico.

L’insegnamento era basato su istruzioni codificate, i dictata, veri e propri programmi tecnici e, secondo gli studiosi:

è probabile che esistessero anche dictata scritti, veri e propri trattati simili a quello che un fortunato ritrovamento ci ha messo a disposizione per la lotta del II secolo d.C.“

Il fenomeno della Gladiatura fu un aspetto importante della società romana che aveva fondato il prestigio e il potere sul culto della politica e della marzialità, della disciplina, delle armi e delle oratorie

I giochi furono insieme il contenitore per lo sfogo di pulsioni popolari, il terreno sempre fertile per mantenere una mentalità guerriera ed infine un modo per fare politica di consensi.

La Gladiatura e le sue vicende precede quello che più tardi saranno quei fenomeni collettivi che prenderanno a seconda dei contesti e delle classi sociali coinvolte, nomi diversi dai tornei, agli armeggiamenti, alle giostre, alle battagliole, oggi, se pensiamo credere di aver superato il passato o di avere, alla luce delle maggiori conquiste sociali e democratiche, sradicato ogni punto di contatto con queste forme e formule di società battagliera, e poi guardiamo il campo di calcio con le fazioni che si dividono e si contrappongono innalzando stendardi e bandiere ritualizzando in gesti e cori l’antico furor di confronto e della pugna.

Note


La DISCIPLINA marziale di BRUCE LEE basata sull’ATTACCO

Bruce Lee descrisse il JKD come un sistema di difesa offensiva

A differenza di molte arti marziali, il jeet kun do è centrato più sull’attacco che sulla difesa.

Mentre molte arti marziali si concentrano sul difendere un attacco con qualche tipo di blocco seguito da un colpo particolare, Bruce Lee credeva che, se ci si concentrava sul blocco, il colpo del difensore era troppo passivo e, per quanto rapido fosse, lo spazio di tempo tra il blocco e il colpo lasciava tempo all’attaccante per fare un’opposizione alla difesa dell’avversario.

Chiamò questo metodo “difesa passiva“, come vedremo poi, una delle cinque forme di attacco del JKD, l’attacco progressivo indiretto utilizza la difesa passiva dell’avversario, investigando su diverse arti marziali Bruce Lee incappò in alcuni principi della scherma occidentale.

Nella scherma occidentale, il metodo di difesa più efficace era il colpo fermato

Il praticante cerca l’attacco del suo avversario e lo intercetta con il suo stesso attacco, perché funzioni, dobbiamo controllare la distanza, in modo che l’avversario debba fare un passo in avanti per raggiungerci con la spada.

Questo offre il tempo al difensore per contrattaccare con il suo colpo, prima che l’attaccante trovi il momento per colpire, il passo avanti si chiama preparazione, lo “stop hit“ può essere eseguito quando l’attaccante sta facendo il passo avanti e si chiama “attacco in preparazione“ o quando sta eseguendo la stoccata con la sua spada, gesto che si chiama “attacco in slancio“ .

Bruce Lee si rese conto che se avesse messo la sua mano forte davanti e l’avesse utilizzata come uno schermitore usa la  spada, avrebbe ottenuto il metodo di difesa più efficace, come in uno “stop hit“ si intercetta l’attacco, Bruce Lee chiamò questa nuova arte “Jeet Kun Do“, che significa “la via del pugno intercettatore“.

Questa nuova arte si formò principalmente a partire dalla scherma occidentale, del pugilato occidentale e del Wing Chung Kung Fu, oltre allo stop hit, Bruce Lee aggiunse anche uno “stop Kick“ alla difesa basilare del JKD, che utilizza l’arma più lunga per il bersaglio più vicino, come metodo basilare d’attacco,l’arma più lunga è il calcio laterale e il bersaglio più vicino è il mento dell’avversario, mentre fa il passo avanti per attaccare, Bruce Lee scoprì che quando un avversario attacca, lascia un vuoto nel quale possiamo approfittare.

Utilizzando ancora una volta la teoria della scherma, trovò le cinque forme basilari per realizzare un attacco, non tutte le forme funzionano con tutti gli avversari e l’allievo deve imparare quali funzionano con ogni tipo di avversario.

La prima forma è l’attacco semplice diretto SDA (Single Direct Attack),

L’ SDA è esattamente ciò che suggerisce il suo nome, è un attacco semplice, con un’arma che arriva al bersaglio in linea retta, il pericolo di questo attacco sta nel fatto che, affinché funzioni, è necessario essere molto più rapidi dell’avversario o sorprenderlo in un momento di squilibrio.

Bisogna ricordare che se facciamo un passo avanti per dare un pugno, l’avversario potrà contrattaccare facilmente con un stop kick sulla nostra gamba avanti, un’altra versione dell’SDA è l’attacco semplice angolare SAA (Single Angular Attack), la differenza sta nel fatto che, anziché essere diritto, si tratta di un angolo, la cosa che può rendere il nostro attacco più facile da intercettare, entrambi gli attacchi possono essere utilizzati come contrattacco.

La seconda delle cinque forme è l’attacco in combinazione ABC (Attack By Combination)

In questo attacco si combinano vari strumenti, per esempio, si può colpire con un pugno diretto e poi continuare con un altro pugno o calcio, di solito l’ABC inizia con un SDA e si applica la combinazione solo se è necessaria per finire l’avversario.

Si intercetta il ginocchio dell’avversario con un calcio laterale e si continua con un jab di dita agli occhi, di solito un ABC è la continuazione di un SDA che è stato schivato o a una tattica per continuare a colpire l’avversario fino a quando non cede.

L’ABC può essere fatto ad un ritmo regolare o interrotto, fermandosi tra i colpi (colpo-pausa-colpo-pausa), si può anche utilizzare un ritmo interrotto iniziando a colpire lentamente e poi velocemente, il ritmo interrotto è difficile da descrivere a parole e con fotografie statiche, permette all’attaccante di approfittare della tendenza naturale a difendersi da un attacco ad un ritmo stabile, colpendo tra le finte o i blocchi difensivi dell’avversario.

Il terzo metodo di attacco si chiama attacco progressivo indiretto, PIA (Progressive Indirect Attack)

Un attacco indiretto nella terminologia del JKD è quello in cui si minaccia di attaccare in una linea, ma si cambia in un’altra, la minaccia può essere fatta con un piccolo movimento di un’estremità del corpo.

Per esempio, si può abbassare il corpo e fare un piccolo movimento con il braccio frontale, come se si stesse facendo un Jab basso, ma poi colpire con un pugno posteriore alto da sopra la testa, si può anche ingannare con gli occhi, guardando in basso per poi colpire in alto.

La differenza tra una minaccia ed una finta è che per la finta si utilizza un’estremità che si muove verso il bersaglio, facendolo apparire come un bersaglio reale, il suo obiettivo è aprire una linea d’offesa, per esempio, si può iniziare con un calcio all’inguine con la gamba avanti e cambiare improvvisamente in un calcio alto circolare in testa dell’avversario.

Si chiama progressivo perché la finta non si ritira, ma prosegue con un’azione diversa e non attesa, un altro esempio, si finge un pugno diretto basso con la mano anteriore e il difensore abbassa il suo braccio per bloccare, si può cambiare in un pugno alto o in un gancio alto, senza portare il braccio in caricamento.

Il colpo “progredisce“ verso il bersaglio in un movimento continuo

Questo tipo di attacco funziona bene contro chi ha una difesa forte e può bloccare con uno SDA, non funzionerà con chi sa intercettare bene, perché finirà con il colpire qualcuno che fa una finta o una minaccia, è meglio contro chi è abituato a bloccare o è esperto con i calci.

Il quarto metodo di attacco è l’immobilizzazione delle mani HIA (Hand Immobilization Attack), questa immobilizzazione può essere utilizzata per eliminare la barriera di un attacco, per esempio, se qualcuno sta bloccando un attacco di pugno, si può immobilizzare quel braccio ed eliminare la barriera, lasciando libera la linea per poter colpire.

Si può anche evitare un contrattacco

Altro esempio, se si entra e si pesta un piede all’avversario, questi non potrà darci un calcio, la maggior parte della gente tenta di immobilizzare quando sta ricevendo un pugno, lui blocca, noi immobilizziamo quel braccio e colpiamo, lui blocca, noi immobilizziamo il braccio che blocca e, quando abbiamo afferrato le braccia di chi si difende, abbiamo la via libera per colpire. Crediamo che il modo migliore per immobilizzare sia bloccare il pugno di un attaccante quando lo sta portando al bersaglo, o quando lo sta ritirando.

Il quinto ed ultimo metodo di attacco del JKD è l’attacco da induzione ABD (Attack By Drawing), l’offesa da induzione è quello nel quale il difensore finge di lasciare spazio in modo che l’attaccante si avvicini, deve essere fatto in modo sottile e per niente ovvio, per esempio, il difensore lascia il suo braccio arretrato più in basso di quanto dovrebbe essere, l’attaccante può approfittare della linea che è rimasta aperta e tentare di colpire con un gancio alto.

Il difensore può allora contrattaccare con un pugno diretto, l’ABD può essere utilizzato per indurre un attacco preciso o una linea d’attacco, si può così lasciare spazio per un attacco di pugno o di calcio ed approfittare dello spazio che si crea in quell’attacco.

Quando cerchiamo di utilizzare uno qualsiasi dei cinque attacchi con un avversario, dobbiamo ricordare che sono completamente diversi e che potrebbero non funzionare con tutti gli avversari, quello che funziona bene con uno che blocca, o che è un esperto il calci, può non funzionare con uno che ferma i pugni e i calci.

Il miglior attacco in ogni momento dipenderà dalla propria esperienza e dalla capacità di “interpretare“ l’avversario

Bisogna ricordare che, quando attacchiamo, dobbiamo sempre lasciare uno spazio in modo che l’avversario ne approfitti e contrattacchi, ricordiamo inoltre che, quando si va a caccia di un orso, a volte siamo noi a cacciarlo e altre volte è l’orso a cacciare noi.

Note


[STORIA CONTEMPORANEA] La MORTE di BRUCE LEE

La morte di Bruce Lee è uno di quegli episodi capace di muovere la macchina che crea i miti, un episodio di caratura mondiale .

Fiumi di inchiostro sono stati consumati sulla questione, ma ancora oggi si sente ogni tipo di stupidità al riguardo.

Esistono tuttavia molti aspetti che sono rimasti oscuri e che oggi dopo una valida ricerca voglio chiarire attraverso questo articolo che per il suo contenuto offre a chi legge la chiara sequenza di avvenimenti che riguardano la sua morte.

In definitiva  questo è il risultato di un lavoro giornalistico impressionante di un famoso esperto in materia: il Maestro Pedro Conde, ma andiamo ai fatti.

Negli studi di doppiaggio di Hammer Hill, Kowloon ( Hong Kong ), si lavora sulla sonorizzazione degli ultimi rulli del film “Operazione Drago“.

L’edificio somiglia più ad un granaio che ad uno studio di registrazione, la giornata è calda, il lavoro pesante, si è scollegata l’aria condizionata per evitare i rumori di fondo.

Lo studio è, virtualmente una sauna, tutto il team è esausto e di cattivo umore per dover lavorare in condizioni simili.

I nervi sono a fior di pelle, Bruce Lee risente della fatica dei mesi precedenti, in una pausa va in bagno per rinfrescarsi, una volta lì sente un fortissimo dolore alla testa, cade a terra, ma non perde conoscenza.

Quando era a terra ho sentito dei passi, non volevo preoccupare nessuno, ho finto, ho iniziato a tastare  il pavimento come se stessi cercando qualcosa“ (commento di Bruce Lee alla moglie Linda poche ore dopo).

Si alza, sente di nuovo quel dolore pungente e cade a terra, questa volta perde completamente conoscenza

Immediatamente comincia a vomitare e ad avere convulsioni, il tecnico del suono dello studio, signor Win, dichiara quanto segue :

”Abbiamo sentito grida provenire dal piano superiore, abbiamo visto qualcuno sdraiato vicino al water, era Bruce Lee . Lo abbiamo raccolto e portato nella sala di doppiaggio, dove lo abbiamo disteso su un divano, gli tremava la bocca come se avesse un attacco di epilessia”

Un operatore corre per i corridoi fino all’ufficio di Raimond Chow, il socio di Bruce Lee. Questi manda a chiamare un medico e si dirige precipitosamente nello studio di incisione.

Bruce Lee mostrava difficoltà respiratorie ed emetteva un suono rauco dalla gola nel momento stesso in cui aveva le convulsioni”.( R. Chow).

Trasportato Bruce Lee al vicino ospedale Battista, Linda Lee si presenta alla clinica dopo pochi minuti, sono avvertiti altri tre medici, tra essi il dottor Peter Woo, in clinica Bruce Lee continua a soffrire di accessi convulsivi alternati a periodi di calma. Suda copiosamente e sembra che ogni respiro sia l’ultimo.

Gli occhi rimangono aperti ma fuori fuoco.

Poco prima delle cinque chiamarono dalla Golden Harvest portarono qualcuno dello studio che si era sentito male, apparentemente aveva qualcosa a che vedere con Bruce Lee, quando arrivarono vidi che si trattava proprio di Bruce Lee, sembrava molto grave. La sua respirazione era molto irregolare, sudava moltissimo, la sua pelle aveva un colore cadaverico, gli occhi rimanevano aperti ma fuori fuoco. Sembrava letteralmente morto” (Dott. Langford )

Per la sua grande forza fisica è quasi impossibile trattenerlo durante le convulsioni

Il personale medico si preparò per eseguire una tracheotomia, nel caso smettesse di respirare, la sua grande forza fisica rende difficile il lavoro, dal momento che è quasi impossibile trattenerlo durante le convulsioni.

Bruce continua a non reagire, il neurochirurgo nota qualcosa di strano: il cranio è troppo voluminoso.

Gli fu somministrato del Mannitolo per ridurre il gonfiore del cervello, man mano che lo facevamo, il suo stato cominciò a migliorare

Dott. Langford

Prepararono la sala operatoria nel caso il Mannitolo non faccia effetto, ma le convulsioni iniziano ad essere meno frequenti e violente, l’infiammazione si riduce nel giro di due ore  Bruce Lee  riprende i sensi.

All’inizio riusciva a muoversi poco, poi aprì gli occhi e fece dei segni, non riusciva a parlare, riconobbe sua moglie e le fece un sorriso, poco a poco recuperò la parola e, quando fu trasferito, scherzava e cominciava a ricordare quello che era successo

Dott. Langford

“Un’analisi del sangue aveva evidenziato un possibile mal funzionamento dei reni, appena potemmo muovere il paziente, lo trasferimmo all’Ospedale Santa Teresa, poiché dispone di impianti migliori.Io avevo intenzione di praticare un elettroencefalogramma e fare delle radiografie del sistema vascolare del cervello iniettandogli una sostanza radio opaca, ma il signor Lee non volle che gli facessimo questo controllo, preferì essere trasferito a Los Angeles per sottoporsi ad un approfondito esame medico

Dott. Peter Woo

Con il Dottor Woo, per la prima volta, viene alla luce il tema del consumo di cannabis da parte del Drago:

Ci disse che, mentre stava lavorando al doppiaggio aveva masticato delle foglie “hascisc” che gli avevano dato, dopo di ciò, ebbe le vertigini e iniziò ad avere nausea e a vomitare fino ad entrare in coma. Raccogliemmo un campione di quello che aveva vomitato e trovammo una quantità importante di hascisc, quindi la nostra diagnosi fu che aveva avuto un’overdose di tale sostanza o che era molto sensibile alla stessa o a qualcuno dei suoi componenti, dal momento che questa era la causa del problema che aveva avuto

Dott. Peter Woo

Secondo quanto racconta Linda, la moglie di Bruce Lee, dopo essersi ripreso Bruce Lee le dice

Mi sono sentito molto vicino alla morte… ma mi sono detto che l’avrei combattuta, ne sarei uscito, non mi sarei dato per vinto, sono sicuro che senza questa predisposizione sarei morto

Il dottor Rersbord diagnostica tale evento come: episodio convulsivo, del tipo più grave di epilessia, la cui causa è sconosciuta.

Una settimana dopo, Bruce Lee va a Los Angeles, un team di medici, guidato dal dottor David Rersbord, lo sottopone ad un’accurata esplorazione cerebrale e realizzano uno studio dei liquidi cerebrali senza trovare alcuna anomalia.

La diagnosi dei dottori fu che Bruce Lee aveva sofferto di un edema cerebrale

Questo Edema è caratterizzato da un’infiammazione anormale, dovuta all’infiltrazione di siero nella cavità cerebrale, sotto la pelle, che provoca alterazioni morfologiche e funzionali .

Può essere il risultato di un’ipertensione capillare, di un ostacolo nei (vasi) linfatici o di un aumento della permeabilità capillare.

Nel caso del “Piccolo Drago” non si trova niente di anormale nel suo organismo, anzi il dott. David Rersbord rimane sorpreso dal fisico di Bruce Lee.

A 33 anni ha un fisico e una vitalità paragonabile a quella di un ragazzo di 18 anni, i medici concludono che Bruce Lee aveva sofferto del “Grande Male“

L’epilessia è una malattia caratterizzata da crisi convulsive con perdita di conoscenza, allucinazioni sensoriali o turbe psichiche, che corrisponde allo scarico funzionale di un gruppo di cellule nervose del cervello.

Si manifesta in tre quadri clinici diversi: Grande Male, Piccolo Male ed Epilessia Parziale.

Il Grande Male è caratterizzato da crisi convulsive generalizzate insorte all’improvviso, senza preavviso. Il malato di solito, grida e cade, la crisi si sviluppa in tre fasi :

  • Fase tonica (il corpo si irrigidisce, gli occhi si socchiudono, si serrano le mandibole);
  • Fase clonica (violenti movimenti agitano il corpo e la testa in tutti i modi);
  • Fase risolutiva (coma profondo, che scompare in un quarto d’ora o meno), il malato non ricorda nulla.

Durante le crisi sono frequenti il morso alla lingua e l’incontinenza degli sfinteri, con la conseguente uscita di urina, per combattere questa malattia, il trattamento normale consiste nel prescrivere una droga che calma l’attività cerebrale.

Questo Edema è caratterizzato da un’infiammazione anormale, dovuta all’infiltrazione di siero nella cavità cerebrale, sotto la pelle, che provoca alterazioni morfologiche e funzionali .

Può essere il risultato di un’ipertensione capillare, di un ostacolo nei (vasi) linfatici o di un aumento della permeabilità capillare.

Nel caso del “ Piccolo Drago” non si trova niente di anormale nel suo organismo, anzi il dott. David Rersbord rimane sorpreso dal fisico di Bruce Lee.

A 33 anni ha un fisico e una vitalità paragonabile a quella di un ragazzo di 18 anni.


I medici concludono che Bruce Lee aveva sofferto del “Grande Male“ (Epilessia)

L’epilessia è una malattia caratterizzata da crisi convulsive con perdita di conoscenza, allucinazioni sensoriali o turbe psichiche, che corrisponde allo scarico funzionale di un gruppo di cellule nervose del cervello.

Si manifesta in tre quadri clinici diversi: Grande Male, Piccolo Male ed Epilessia Parziale. Il Grande Male è caratterizzato da crisi convulsive generalizzate insorte all’improvviso, senza preavviso. Il malato di solito, grida e cade, la crisi si sviluppa in tre fasi :

  • Fase tonica (il corpo si irrigidisce, gli occhi si socchiudono, si serrano le mandibole);
  • Fase clonica (violenti movimenti agitano il corpo e la testa in tutti i modi );
  • Fase risolutiva (coma profondo, che scompare in un quarto d’ora o meno), il malato non ricorda nulla.

Durante le crisi sono frequenti il morso alla lingua e l’incontinenza degli sfinteri, con la conseguente uscita di urina, per combattere questa malattia, il trattamento normale consiste nel prescrivere una droga che calma l’attività cerebrale.

È importante rilevare che nessuno dei suoi familiari soffrì mai di epilessia

A Bruce Lee fu prescritto Dilantino, è importante rilevare che nessuno dei suoi familiari soffrì mai di epilessia, neanche nella sua forma più benigna e nemmeno lui ne soffrì.

Attacchi simili a quelli provocati dall’epilessia possono essere causati dalla mancanza di zucchero o di ossigeno nel sangue, dall’uremia, da lesioni cerebrali che tardano a manifestarsi o da meningiti.

L’epilessia non mostra mai questi precedenti, semplicemente arriva e, anche se apparentemente è il risultato di qualcosa che va male nella chimica del cervello, non se ne conosce il motivo.

Dopo il controllo non si conoscono le cause di tale episodio clinico, alla fine di maggio la famiglia Lee ritorna ad Hong Kong, Bruce Lee torna a lavoro.

Il 20 luglio, alla 13,00 Linda deve andare a fare shopping, più tardi si accorda per mangiare con un’amica, dà un bacio a Bruce per salutarlo.

Questo le comunica che avrebbe dovuto vedersi con Raymond Chow per parlare del progetto del film “L’ultimo combattimento di Chen“ , le dice che probabilmente non sarebbe tornato per cena.

Raymond Chow venne a casa verso le 14,00 e lavorò con Bruce Lee fino alle 16,00, poi andarono a casa di Betty Ting Pei, che avrebbe avuto un ruolo importante nel film” (Linda Lee) .

Poi, i due  vanno a casa dell’attrice, poco tempo dopo Raymond Chow se ne va, alla sera hanno entrambi un appuntamento in un ristorante con l’attore Gorge Lazenby, secondo il portinaio dell’edificio di Betty Ting Pei, arrivano verso le 15:00 e Raymond Chow se ne sarebbe andato approssimativamente un’ora dopo.

Quando termina il suo turno, verso le 20:00, non vede uscire Bruce Lee

Secondo le dichiarazioni dell’attrice,  stavano parlando del film quando Bruce Lee comincia a sentirsi male, Betty Ting Pei gli offre Equagesic, un noto anegelsico che prendono migliaia di cinesi senza ricetta, qualcosa di simile all’aspirina in Occidente, e gli dice di distendersi un po’ sul letto.

Secondo una versione, verso le 21,30 Raymond Chow telefona dal ristorante, ma Betty Ting Pei gli dice che stava ancora dormendo, dopo un po Betty gli telefona dicendo che aveva tentato di svegliarlo e che gli sembrava privo di conoscenza. Chow decide di tornare all’appartamento, sono ancora recenti i fatti del 10 maggio, li trova Bruce Lee incosciente, quindi chiamano d’urgenza un dottore.

Esiste un’altra versione nel ristorante Chow riceve una chiamata da Betty Ting Pei che aveva tentato di svegliare Bruce Lee senza riuscirci, Chow, allarmato, si dirige all’appartamento dell’attrice.

In quel periodo Bruce e Betty si vedono molto spesso e già iniziavano a circolare certe voci di una possibile relazione tra di loro

Raymond Chow vuole evitare lo scandalo a ogni costo, quando arriva all’appartamento tenta di svegliare Bruce Lee, ma questi non reagisce, allora Betty chiama il dottor Eugene Chu, suo medico di famiglia.

Lo trovai sdraiato a letto, sembrava che stesse dormendo, gli feci una visita veloce, aveva le pupille molto dilatate, sembrava che il cuore non battesse, tentai di rianimarlo per almeno dieci minuti,vedendo che non reagiva, chiamai un’ambulanza. All’inizio non diedi importanza al  tempo che passava, non potevo immaginare una situazione così critica. Quando fu trasferito all’ospedale Regina Elisabetta, alle 22,30, i medici tentarono inutilmente di farlo uscire dal coma con ossigeno e massaggi cardiaci “ (Dott. Eugene Chu)

Raymond Chow chiama Linda Lee per comunicarle quello che è successo : ”mi allarmai immediatamente, erano ancora freschi nella mia memoria i fatti del 10 maggio“ . Subito si dirige direttamente all’ospedale, i due si incontrano nella sala d’attesa.

Alle 23,30 i medici danno loro la notizia: “È morto”

Pochi minuti dopo la notizia circola per le strade. Ancora oggi si mescolano diverse teorie, tutte di rimprovero verso le persone che furono con Bruce Lee nei suoi ultimi minuti di vita. Se Betty Ting Pei  avesse chiamato direttamente il dottore, forse sarebbe ancora vivo, il dottore Eugene Chu mandò l’attore al migliore ospedale, ma non al più vicino, si perse tempo prezioso .

Il fatto è che Bruce Lee morì e non ha importanza “quello che poteva essere fatto,ma non si fece“, quello che è successo è passato e non esiste la possibilità di cambiarlo.

Il Re delle Arti Marziali è morto

La notizia si accese come un rigoletto di polvere da sparo, “Il re delle Arti Marziali è morto“ Bruce Lee aveva cambiato l’immagine del popolo cinese nel mondo, era una celebrità in tutto il sud-est asiatico, quindi non fu strano che suscitasse tante aspettative tra i giornalisti  e che tutti tentassero di ricavare più informazioni possibili.

Note


[ARTI MARZIALI] Karate Buyo, le danze marziali di Hiroko Ogido

I parallelismi tra il Karate e alcune danze tradizionali di Okinawa, come accadde nell’antico Kobudo, servirono allo scopo della perpetuazione delle arti in determinate epoche, frutto della mescolanza di quelle danze con il Karate e con il Kobudo.

L’esperta Hiroko Ogido diede vita in seguito a quello che si chiamò Karate Buyo

Molti esperti sono giunti a capire, naturalmente, che le danze tradizionali di Okinawa contengono tecniche di Karate, oltre ad un ovvio utilizzo di armi come il bo, nunchaku, sai, eku, tonfa.

È un tema molto interessante e che, senza dubbio, fa parte della cultura contenuta nelle tradizionali Arti Marziali giapponesi, quella cultura che ancora oggi si conserva.

La maggiore rappresentante attuale di questa mescolanza di Karate e Danza chiamata Karate Buyo è senza dubbio Hiroko Ogido, una veterana allieva di Karate e Kobudo del Gran Maestro Shinpo Matayashi, forse molti conoscono Hiroko attraverso il documentario del National Geographic Channel, dove Hiroko Sensei appariva mostrando la sua Arte di Karate e Danza.

Il fatto che Hiroko Sensei fosse stata allieva del Maestro Masauoshi e che dalla morte di questi nel 1997, si fosse incaricata lei del Dojo del Maestro, gli dette la possibilità di coltivare e perfezionare quest’arte.

Hiroko Ogido è una donna matura molto dinamica, si muove molto ed è molto interessata alla divulgazione di quest’Arte, la sua missione ideale è aiutare il più debole e che il suo Karate Buyo deve migliorare il carattere dei suoi praticanti, enfatizza il fatto che non è uno sport e che si tratta di preservare l’arte tradizionale.

Racconta che le danze antiche tradizionali di Okinawa si chiamano Odoro, la loro fusione con il Karate e il Kobudo forma la nuova arte da lei creata

In realtà quest’arte ha una storia recente , poiché non nasce in quanto tale prima degli anni 50  anche se, logicamente, le sue origini risalgono a secoli fa.

La bellezza dell’arte di Ogido Sensei risiede nelle emozioni contenute che in modo sottile ed elegante affiorano attraverso i movimenti di Danza e Karate , il potere dei suoi movimenti, non esenti del Kime del karateka, è forse progettato specificatamente per le donne, manifestando una grazia particolare attraverso la danza.

È difficile che le donne penetrino in un mondo di uomini, ma Ogido rifiuta di pensare che sia perché non sono all’altezza, poiché altrimenti sarebbero perdute, non bisogna nemmeno dimenticare che questo è il Giappone e che qui, storicamente, la donna è stata rispettata in quanto tale, ma attribuendole compiti molto concreti e molto diversi da quelli dell’uomo, ma forse le differenze sono da apprezzare in alcuni casi, poiché la grazia di una donna è degna di essere vista, non dimentichiamo che nell’antichità gli originali kata potevano benissimo essere danze in onore degli dei.

La mitologia giapponese ci insegna che quando la dea Amaterasu si rifugiò nell’antro della Grotta Celeste lasciando il mondo nella penombra , le danze che fecero i paesani all’ingresso, risvegliarono la sua curiosità e la fecero uscire

Danze che, a quanto pare, avevano qualcosa di simile al kata Rohai del Karate, ma questa è un’altra storia, la cosa certa è che la danza Okinawese, e la sua in parte fusione con il Karate, ha fatto parte della cultura Okinawese da sempre, cosa che la rende un interessante argomento di conoscenza, storicamente, come il Kobudo, permise di utilizzare in allenamento come armi gli utensili da lavoro della vita quotidiana, rendendo così l’arte marziale una pratica segreta, clandestina, dissimulata, in modo simile, anche se con le sue evidenti differenze, anche la danza apportava questa possibilità alla Capoeira Brasiliana.

Nel documento della BBC inglese che a metà degli anni 80 mostrava la vita di Hiroko Ogido offre sul tatami ogni tipo di spiegazione su quello che fa, per prima cosa si osserva kata di bo realizzati da una bambina di appena 5 anni, poi Ogido fa vedere varie dimostrazioni di Karate Buyo.

Le danze okinawesi, come se volessero mostrare il significato del Karate, sono dure e morbide allo stesso tempo

Definendo così quasi l’originale Goju Ryu (duro e flessibile), le posizioni, gli spostamenti, la coordinazione con i movimenti di mano, la posizione della schiena, la distribuzione del peso ecc… sono attentamente vigilati in entrambe le arti.

Ma ci sono altre curiosità di kata di Karate che provengono dalle danze okinawesi, alcuni dei suoi caratteristici kamae (guardie) e varie forme speciali di spostamento sono alcune di queste, in stili okinawesi di karate, spostamenti di kata come per esempio Seishan, si realizzano iniziandoli sui bordi esterni dei piedi e non piantando contemporaneamente tutta la loro superficie.

Questa forma caratteristica che negli stili giapponesi in seguito si è in parte perduta (anche se alcuni la mantengono nel nostro Wado Ryu come l’ha insegnata Ohtsuka Sensei), proviene nella realtà dalla danza e si chiama Sansoku, la speciale collocazione delle caviglie durante lo spostamento, apporta una posizione più favorevole all’articolazione e le da un’azione furtiva.

Si dice che Funakoshi Yoshitaka e altri suoi contemporanei si allenassero in modo così intenso negli spostamenti del Karate (con potenti pestoni a volte fuori luogo) che Gichin dovette far loro vedere che non si trattava di rompere le tavole del tatami ma, al contrario, di essere capaci di spostarsi sopra la carta bagnata senza romperla.

Il dualismo forza e morbidezza, potenza e leggerezza, è sempre esistito nella tecnica del Karate, facendo acquistare alla danza okinawese importanza vitale

Apportando la sottigliezza alla rudezza teorica del Karate, l’eleganza e il controllo necessari per elevare la tecnica alla categoria di arte, facendo un confronto con l’arte della tauromachia, potremmo dire che, così come in questa, non si tratta unicamente di eludere gli attacchi del toro, ma di farlo con eleganza, tecnica e cultura, anche la tecnica del Karate è molto di più di un semplice scambio di legnate.

Le danze di Hiroko Sensei includono non solo tecniche a mani nude ma anche con armi come nunchaku, sai, bo, i vistosi abiti che Ogido indossa nelle sue dimostrazioni, nel più puro stile okinawese, non tralasciano i tradizionali gi e hakama del Karate e del Kobudo, ma la forza di Ogido Sensei non la allontana dalla simpatia che sprigiona.

Note


Taiji Kase: Il X dan Maestro karate Shotokan

Taiji Kase è stato un Karateka e maestro di Karate giapponese

Fu uno dei maestri più preparati e più conosciuti nell’ambito del Karate, considerato come uno dei combattenti migliori ed esecutori di Kata grazie alla sua abilità tecnica, alla sua esplosiva velocità e alla sua potenza.

Nel 2000 gli fu conferito il grado di 10° Dan, a conferma del suo immenso valore

Inizia la pratica delle arti marziali a soli sei anni, il maestro Kase tuttavia, non inizia con la pratica del Karate, ma con lo judo, è all’età di quindici anni che inizia a praticare il Karate alla scuola Shotokan di Tokio.

È stato allievo diretto dei Maestri Gichin e Yoshitaka Funakoshi fa la sua comparsa sulla scena Europea nel 1965, inviato con altri giovani Maestri nel continente dalla Japan Karate Association e da quel momento, se si escludono i brevi periodi del soggiorno Belga, è sempre vissuto a Parigi.

In Europa viene subito apprezzato per le qualità sia umane che prettamente tecniche.

Ciò che sorprendeva in lui era l’atteggiamento pacato e la disponibilità che dimostrava in ogni occasione con i suoi allievi, sia che si trattasse di campioni di alto grado o semplici cinture nere.


Nasce il 9 febbraio 1929 a Chiba, in Giappone, e inizia la pratica delle arti marziali a soli sei anni. Il maestro Kase tuttavia, non inizia con la pratica del Karate, ma con lo Jūdō.

È all’età di quindici anni che inizia a praticare il Karate alla scuola Shotokan di Tokyo. È stato allievo diretto dei maestri Gichin e Yoshitaka Funakoshi.

Il maestro Kase fa la sua comparsa sulla scena europea nel 1965.

Fu inviato con altri giovani maestri nel continente dalla Japan Karate Association. Da quel momento, se si escludono i brevi periodi del soggiorno belga, è sempre vissuto a Parigi.

In Europa viene subito apprezzato per le qualità sia umane che prettamente tecniche

Ciò che sorprendeva in lui era l’atteggiamento pacato e la disponibilità che dimostrava in ogni occasione con i suoi allievi. Sia che si trattasse di campioni di alto grado o “semplici” cinture nere.

La caratteristica principale del suo insegnamento è quella di separare completamente la pratica sportiva dal Karate-dō.

Il Karate-dō è una via, un percorso di formazione e crescita che il maestro Kase intendeva insegnare secondo i precetti del suo maestro e fondatore del Karate Gichin Funakoshi. Era l’incarnazione dello spirito del Karate-dō al quale ha dedicato tutta la sua vita e tutto sé stesso.

Nel 1989 fonda la W.K.S.A. (World Karate Shotokan Academy) oggi S.R.K.H.I.A. (Shotokan Ryu Kase Ha Instructor Academy), l’Accademia che si propone di unire praticanti di diversi paesi che seguendo il suo programma di insegnamento si impegnano a diffondere la vera essenza del Karate-dō Shotokan.

Era di casa anche in Italia, invitato spesso dal maestro Hiroshi Shirai per condurre al suo fianco stage e seminari.

Tutti gli appassionati ricordano le dimostrazioni dei grandi maestri giapponesi al Palalido di Milano, nelle quali il Maestro Taiji Kase era sempre fra le più acclamate punte di diamante.

Durante la permanenza in Francia, ha scritto vari libri sulle arti marziali, tra i quali 5 Heian:

  • Katas, Karaté, Shotokan (1974);
  • 18 kata supérieurs: Karate-dô Shôtôkan Ryû (1982);
  • Karaté-dô kata: 5-Heian, 2-Tekki (1983).

Per i suoi atleti è l’espressione più alta del Karate Tradizionale

Sono la rettitudine del suo comportamento, la sua lealtà e la profonda umanità che erano proprie di questo grande Sensei che lo fanno apprezzare da tutti i praticanti di Karate e non solo. Al di là dei diversi stili e delle singole federazioni.

Note