Gio. Apr 3rd, 2025

Cultura

Grandi attività ravvivano Porto Torres: ritorna «Note sotto la Torre»

PORTO TORRES: Anche quest’anno rinnovata la Pasquetta turritana, ovvero una serie di attività, mostre, concerti ed aree mercatali allestite per animare la cittadina durante la festività religiosa. Punto forte sarà il concerto sotto la torre aragonese del porto il giorno lunedì 1° aprile.

Dopo il successo delle precedenti edizioni, anche quest’anno verranno rinnovate le svariate attività culturali e d’intrattenimento che animeranno il centro storico di Porto Torres. L’area di interesse parte dalla Torre Aragonese fino a tutta la parte alta di C.so Vittorio Emanuele II. Questa serie di eventi rientra nell’obiettivo sempre più condiviso di promuovere Porto Torres e l’isola dell’Asinara come mete turistiche, rilanciando di conseguenza il nord-ovest della Sardegna.

Eventi culturali di stampo musicale non sono nuovi nel grande porto sardo.

Pasquetta turritana: l’edizione del 2024

La manifestazione è organizzata dall’amministrazione comunale in collaborazione con numerose associazioni locali e gli svariati esercizi commerciali riuniti nel CCN Botteghe Turritane. Gli eventi partiranno ufficialmente alle 10:00 dello stesso giorno.

Tutte le attività, finalizzate principalmente alla promozione del Golfo e dell’Isola dell’Asinara, puntano a costituire un più ambio richiamo identitario per tutto il territorio del Nord Sardegna, valorizzando appieno il patrimonio culturale, enogastronomico, turistico ed ambientale dell’antica città sarda.


Alle 17:00, sul palco allestito nell’area attorno alla Torre Aragonese saliranno gli attesissimi Tazenda.

Dalle 18:30 in poi si esibiranno altri artisti rinomati a livello nazionale ed internazionale, raggruppati nel supergruppo Rezophonic formato da Mario Riso, Cristina Scabbia, Omar Pedrini, Eva Poles, Paletta, Gagno, Andy, Francesco (Fry) Moneti, Gagno e Garrincha. Infine in chiusura delle attività Dj Toky di Virgin Radio intratterrà la folla al mixer a partire dalle 20:30. La manifestazione cesserà ufficialmente alle 00:00.

Corso Vittorio Emanuele ospiterà i mercatini dell’artigianato e delle opere d’ingegno, mentre tutte le altre bancarelle dedicate al commercio ed allo street-food saranno allestite nell’area della passeggiata coperta di Via Mare e in Piazza Eroi dell’Onda. Il Vespa Club Porto Torres inoltre curerà una mostra statica nell’area tra la Piazza Umberto I e la Chiesa della Beata Vergine della Consolata.

(in copertina immagine di repertorio Nuova Isola)

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Monumenti Aperti 2024, ritorna a Porto Torres la manifestazione

PORTO TORRES: Per l’edizione del 2024 di Monumenti Aperti saranno 24 i siti visitabili in tutta la città. Le giornate prestabilite saranno sabato 4 e domenica 5 maggio, dove numerose associazioni, istituti scolastici e volontari si metteranno in gioco per promuovere i punti forti del proprio territorio. Per agevolare le visite ai monumenti sarà presente un bus navetta con capolinea presso il centro intermodale di via Antonietta Bassu.

Il Comune di Porto Torres aderisce nuovamente a Monumenti Aperti, la più importante manifestazione dell’isola dedicata alla promozione e alla valorizzazione dei beni culturali. La manifestazione, che quest’anno è arrivata alla sua 28° edizione a livello nazionale (a Porto Torres sono invece 13 le edizioni finora celebrate), è organizzata da Imago Mundi Odv. Gli appuntamenti inizieranno subito dopo la cerimonia di inaugurazione, che avverrà sabato 4 maggio alle 15:00 in Piazza Cristoforo Colombo.

Il progetto Monumenti Aperti nasce a Cagliari nel 1999 con l’obiettivo di valorizzare e promuovere la fruizione del patrimonio culturale attraverso l’apertura al pubblico di beni normalmente inaccessibili o poco conosciuti.

Monumenti Aperti 2024: tutti i siti di quest’anno

  • Torre Aragonese: sabato 4 maggio ore 15:00
  • Atrio Metropoli e necropoli sottostante: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Atrio Comita: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Cumbessias: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Aula Capitolare: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Museo del Porto: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Necropoli Su Crucifissu Mannu: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-20:00
  • Ipogeo di Tanca Borgona: sabato 15:00- 20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00- 20:00
  • Antiquarium Turritano: sabato ore 9:30-20:00
  • Terme Pallottino: sabato 9:30 – 20:00
  • Domus dei mosaici Marini con le nuove scoperte: sabato 9:30-13:00
  • Palazzo di Re Barbaro: sabato 9:30-20:00
  • Domus di Orfeo: sabato ore 9:30-20:00
  • Ponte romano: sabato dalle ore 9:30-13:00
  • Laboratorio di Xilografia G. Dettori: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Scuola De Amicis: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Planetario e simulatore della navigazione dell’Istituto Paglietti: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/ 15:00 – 20:00
  • Porto antico di Turris Libisonis: domenica 9:30 -13:00 /15:00-20:00

Edifici religiosi

  • Chiesetta san Gavino a Mare: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Chiesetta santu Bainzu Ischabizzaddu: sabato 15:00-20:00 e domenica 9:30-13:00/15:00-20:00
  • Chiesa Cristo Risorto: sabato 15:00-18:00 e domenica 15:00-20:00
  • Basilica San Gavino: sabato 16:00-18:45 e domenica 11:00-13:00 / 15:00-18:45
  • Cripta Basilica di San Gavino: sabato 16:00-18:45 e domenica 11:00-13:00 / 15:00-18:45
  • Chiesa Spirito Santo: sabato dalle 15:00 alle 17:30 e domenica 15:00-19:00
  • Chiesa della Beata Vergine della Consolata: sabato 15:00-18:00 e domenica 9:30-11:00/15:00-20:00
  • In data 02 maggio 2024 l’amministrazione comunale ha fatto sapere che la Domus dei mosaici marini e il Ponte romano non saranno più visitabili nelle date prestabilite

(in copertina immagine di repertorio Nuova Isola)

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Sassari, Cavalcata sarda 2024: fissata la data

SASSARI: Per quest’anno sarà domenica 12 maggio 2024 la Cavalcata sarda di Sassari. La decisione è stata presa poiché nello stesso fine settimana in cui tradizionalmente si dovrebbe tenere l’evento (la penultima domenica di maggio) quest’anno cadono anche le celebrazioni per la festa dei Martiri turritani di Porto Torres. La Cavalcata sarda è un’antica manifestazione culturale e folkloristica. Essa consiste nella sfilata a piedi, a cavallo o sulle traccas di gruppi provenienti da ogni parte della Sardegna.

L’amministrazione comunale di Sassari fa sapere che, a seguito di un accordo stipulato con la città di Porto Torres in un’ottica di collaborazione e visione globale e unitaria di tutto il territorio, il giorno dedicato alla Cavalcata sarda, famosa manifestazione folkloristica tipica del capoluogo logudorese, sarà fissato per il giorno 12 maggio.

La Cavalcata di Sassari: La decisione del comune

La decisione nasce dalla circostanza che, se la festa dei Martiri turritani è legata ad un calendario religioso e conseguentemente non può essere spostata, la Cavalcata è invece una festa civile e non ha una necessità imperativa di dover essere svolta in uno specifico giorno. Non è la prima volta infatti che, seppur per altre motivazioni, l’amministrazione di Sassari sposta la Cavalcata sarda in un giorno differente da quello prestabilito dalla tradizione.

La scelta, attuata con il benestare del Sindaco Nanni Campus, ha come scopo quello di permettere a tutti gli agenti economici coinvolti di partecipare ad entrambe le celebrazioni. Sempre il Sindaco Campus spiega che “I tour operator, così come i singoli turisti ed appassionati, potranno da subito programmare gli spostamenti per assistere ad entrambe le feste”. Campus sottolinea infine che grazie a questa decisione “I gruppi folk potranno partecipare ai vari eventi, compresi quelli che si svolgono nelle giornate che anticipano e seguono le feste principali, senza essere obbligati a scegliere tra le iniziative di Sassari e di Porto Torres”.

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In Sardegna ragazzi con Sindrome di Down scrivono un libro

Nuovo grande esempio di emancipazione delle persone con disabilità in Sardegna, a Tempio Pausania (SS). Si terrà infatti domenica 13 ottobre 2024 alle 18:00 presso l’auditorium della Casa del Fanciullo in Piazza Spano, in concomitanza con la Giornata nazionale delle Persone con sindrome di Down, la presentazione del libro “Guida Nuraghe Majori” pubblicata da Maxottantotto edizioni. Il libro in questione, infatti, ha la caratteristica di essere stato scritto interamente da autori con sindrome di Down. L’evento è patrocinato dalla rassegna letteraria locale Mintuà – Parole in circolo.

Copertina del libro (foto concessa)

Il nuovo libro scritto da operatori con Sindrome di Down è una guida molto agevole particolarmente indicata per un pubblico di bambini ed adulti con difficoltà di lettura e comprensione. Il prodotto è il frutto di un progetto dell’AIPD Gallura.

L’idea è nata per caso, ovvero grazie al ruolo di guide turistiche che gli autori avevano svolto anni addietro al nuraghe Majori, in occasione di una giornata associativa. Questo antefatto dimostra la grande elasticità e capacità di adattamento che determinati operatori, se dotati degli strumenti giusti e di pari opportunità, riescono a conseguire.

«Questo evento – dichiara Domenica Azzena, direttrice artistica di Mintuà e presidente di Carta Dannata – celebra le capacità e le esigenze delle persone con sindrome di Down e delle loro famiglie, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e delle istituzioni».

Il piccolo volume didattico che verrà presentato questa domenica è frutto degli autori Adriano Arbau, Gian Piero Cannas, Simona Canu, Antonio Careddu, Manuela Muzzu e Giuliana Pittorru. A dare supporto tecnico agli autori e all’associazione sono stati invece gli archeologi Angela Antona, Miriam Spano e Simone Vero. Il contributo grafico infine è opera di Giuseppe Barraqueddu.

(in copertina immagine di repertorio Wikimedia Commons)

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[CULTURA SARDA] Il nome Sardegna

Dal latino Sardinia, terra, isola dei Sardi

Dal latino Sardinia, terra, isola dei Sardi (Sardi-orum). Nome con cui i romani chiamavano la Sardegna e nome della provincia romana di Sardegna, costituita nel 227 a.C.

Vincenzo Maria Coronelli – Sardiniae Regnum et Insula (1734)

I Greci chiamavano la Sardegna Sardò

I greci chiamavano la Sardegna Sardò, connettendola a Sardo, figlio di Eracle che secondo il mito sarebbe giunto nell’isola a capo di colonizzatori libici.

La Sardegna era chiamata dai greci anche Ichnussa, dal greco ichnos (orma di piede umano), per la sua caratteristica forma (da cui anche Sandaliotis, da sandalion, sandalo).

Il radicale s(a)rd- , che identifica l’ethnos dei sardi, appartiene al sustrato linguistico mediterraneo preindeuropeo. Si ritiene che i sardi della protostoria indicassero la loro terra e se stessi con nomi derivati da questa base.

La più antica sicura attestazione scritta dell’etnico (Srdn) è contenuta nella fenicia “Stele di Nora” risalente alla fine del IX sec. a.C .

Un altro importante documento risale al VI secolo a.C.

Si tratta di un trattato di amicizia stipulato dagli abitanti della potente città magno-greca di Sibari e dal popolo dei Serdàioi, i Sardi secondo alcune accreditate ipotesi, il cui testo fu inciso su una tavola di bronzo che fu deposta nel famoso santuario panellenico di Zeus ad Olimpia.

Diversi studiosi avanzano l’ipotesi che i Sardi siano da riconoscere anche nei Serdan-, uno dei “Popoli del Mare” menzionati nei documenti egiziani tra il XVI e il XIII secolo a.C. Ciò lascerebbe immaginare una civiltà nuragica eccezionalmente avanzata ed intraprendente a livello mediterraneo, aspetti che però l’archeologia non sembra avere ancora adeguatamente documentato.

Note


Seminario Ventotene 2024, incontro di formazione politica

Dal 1 al 6 settembre 2024 si terrà presso l’omonima isola di Ventotene (LT) la 43° edizione del seminario di formazione di Ventotene. L’evento viene organizzato dal Comune di Ventotene e dall’Istituto di studi federalisti Altiero Spinelli, con il patrocinio della Provincia di Latina. Il seminario venne istituito su iniziativa dello stesso Altiero Spinelli, una delle figure politiche europee più influenti del XX secolo.

Locandina dell’evento

Il seminario nazionale di Ventotene nacque nel 1982. In quell’isola Altiero Spinelli scrisse, assieme ad Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, il cosiddetto Manifesto di Ventotene, uno dei testi fondanti dell’Unione europea. All’apertura dell’edizione 2024 del seminario di Ventotene interverrà Josep Borrell, Alto rappresentante UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

In pochi anni il seminario è diventato uno dei più importanti momenti di riflessione sul futuro dell’Europa e del Mondo. In questa sede hanno partecipato svariate personalità europee del panorama politico e culturale.

La scelta di Ventotene

Il governo fascista confinò su quest’isola, dal 1941 al 1943, numerosi antifascisti fra i quali anche Sandro Pertini. Nella primavera del 1941 il gruppo formato da Spinelli, Rossi e Colorni scrisse clandestinamente e con mezzi di fortuna l’importante manifesto Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto. Fu poi infine Ursula Hirschmann a contrabbandare il manoscritto sulla terraferma.

Spinelli ritornò sulla penisola italiana solamente nel 1943 dopo l’arresto di Mussolini. Constatato il disastro avvenuto in Europa per la guerra causata dagli stati nazionali, egli maturò la convinzione che solo un’organizzazione federale avrebbe potuto far rientrare il Vecchio Mondo da protagonista nel quadro internazionale. Nello stesso anno perciò fondò a Milano il Movimento Federalista Europeo (MFE), gruppo politico trasversale ad ogni ideologia e partito. Successivamente nel 1951 nacque l’organizzazione giovanile dell’MFE, La Gioventù Federalista Europea (GFE). In Sardegna la sede locale dell’MFE e della GFE si trova a Cagliari.

(in copertina immagine di repertorio Nuova Isola)

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Turris Libisonis Colonia Iulia?

Porto Torres fu veramente fondata dai Romani? Turris Libisonis, unica colonia Romana presente in Sardegna, fu, stando alle fonti, fondata da Giulio Cesare che tornando vittorioso dall’Africa nell’estate del 46 a.C. fece scalo nel golfo dell’Asinara 1Plinio Historia Naturalis, III, 85.

Veduta aerea del palazzo di Re Barbaro (Foto Roberto Biosa)

La colonia sorse sulla riva ad Est del Rio Mannu, fiume che con la sua foce originariamente protetta fungeva da approdo naturale. Le fonti classiche non menzionano alcuna resistenza in loco da parte di popolazioni autoctone, ne se ci fu un interazione pacifica. Apparentemente quindi, stando a quanto riportato da Plinio, l’urbe venne edificata ex novo. Questa edificazione, come da consuetudine per l’élite romana, dava la possibilità di colonizzare nuovi territori. I veterani divenuti proprietari terrieri potevano così usufruire delle terre promesse da Roma per arricchirsi e vivere nel lusso delle loro ville.

Il territorio di Porto Torres però è ricco di evidenze archeologiche preromane inquadrate in un contesto cronologico molto vasto, dal neolitico sino alla tarda età del ferro. Già nel 1848 venivano segnalati 36 nuraghi, nel 1901 solo 16 2Fonte: Nissardi , mentre uno studio condotto da Lo Schiavo (1989) ne identificò solamente 8 3PUC Porto Torres 2014.

Il villaggio Nuragico di Biunisi con la sua cinta di mura perimetrale (Foto Roberto Biosa)

A partire dall’Editto delle Chiudende che caratterizzò un mostruoso cambiamento paesaggistico nell’isola durante l’ottocento e che, anche nelle campagne turritane contribuì alla distruzione di siti archeologici, non meno fu il contributo dato dalla costruzione della moderna zona industriale. Questa infatti, vede inglobata al suo interno tre importanti siti dell’età del Bronzo ancora inediti e poco studiati. I Nuraghi Ferrali, Minciaredda e Nieddu sono infatti circondati dalle famose cisterne chiamate “ottantamila” e attualmente non possono essere visitati, se non durante la manifestazione Monumenti Aperti come avvenuto nel 2014 per il Nuraghe Nieddu.

I pochi siti Nuragici ancora identificabili risultano per lo più complessi, anche se di difficile lettura a causa della vegetazione o della distruzione perpetrata nei secoli. Un esempio di questo sono i già menzionati nuraghi Minciaredda e Ferrali, di difficile individuazione, e poi i nuraghi Nieddu, Margone, Sant’Elena, Biunisi e Monte Aiveghe.

Quest’ultimo rappresenta un evidenza molto interessante che potrebbe contrastare il nostro titolo. Si tratta infatti di un nuraghe apparentemente semplice che in realtà cela un altra torre di difficile lettura al suo mastio centrale. Inoltre, cinquanta metri a sud del nuraghe, nella parete rocciosa della collina cosi chiamata “Monte Aiveghe” si trovano circa quattro tombe ipogeiche di difficile attribuzione cronologica che furono utilizzate in tempi moderni come porcilaie. Questo sito, anch’esso ancora non investigato si trova a circa mille metri dalla colonia di Turris. Sulla sponda est del Flumen Turritanum si può individuare con non poca difficoltà la Domus de Janas di Birali, distante circa settecento metri dalla colonia.

I resti del Nuraghe Monte Aiveghe e l’omonima collina sulla sponda Ovest del Rio Mannu
(Foto Roberto Biosa)

È chiaro come le evidenze di una frequentazione e appropriazione del territorio in contesto preromano non manchino nel territorio di Porto Torres. Ciononostante bisogna specificare che per rispondere al nostro quesito iniziale solo delle ricerche scienti che potrebbero darci qualche chiarimento se non anzi lasciarci con qualche nuova domanda. È possibile che la Turris di Turris Libisonis fosse un nuraghe ancora parzialmente conservato all’arrivo dei romani, magari il Nuraghe Monte Aiveghe? O era presente un insediamento con Nuraghe dove oggi sorge il parco archeologico che quindi diede il nome alla città?

Queste sono naturalmente solo ipotesi, che potremo rispondere attraverso delle indagini scienti che presso l’area archeologica Turritana e nei pressi della collina di Monte Aiveghe. È chiaro cosa i romani trovarono al loro arrivo, vestigia gloriose di un passato ormai perduto. Chi trovarono invece? Un posto abbandonato o gli eredi di quest’ultimo?

Bibliografia

  • Angius, V. 1834. In Casalis, G. Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di SM il Re di Sardegna, II, Torino 1833-1857.
  • Plinio Historia Naturalis, III, 85.
  • Lo Schiavo, F. 1989. L’archeologia della Nurra, in Pietracarpina, A. (a cura di), La Nurra, sintesi monogra ca, Sassari, pp. 149-163.
  • Piano Urbanistico Comunale Comune di Porto Torres, 2014. Modello interpretativo dei Beni Archeologici, relazione Storico-Culturale – Beni Archeologici

Sardigna (no) est Italia

Questo articolo vuole offrire una narrazione leggera e dipanata in forma temporale, per ripercorre il passato della Sardegna e dei sardi e per riflettere sull’identità di quest’ultimi.

La colonizzazione culturale ed il processo di Italianizzazione della Sardegna

Sardigna no est Italia. Una frase che spesso si incontra in Sardegna scritta nei muri o in manifesti politici indipendentisti, dà spunto a diverse domande.

Un graffito dove è scritto in lingua sarda un motto indipendentista
Graffito a Milano (foto Wikimedia Commons user: Sciking CC BY-SA 4.0)

Perché la Sardegna non è (o non dovrebbe essere) italiana? I sardi si sentono sardi o italiani?

Le risposte a queste domande necessitano un approfondimento storiografico non indifferente, che si intreccia a sua volta anche con le dinamiche politiche avvenute in tempi odierni nella nostra isola.

È certo che le risposte possano essere soggettive, considerando che possano essere il frutto di una acculturazione Italiana e dei processi formativi della nazione.

Seguendo l’ordine cronologico iniziamo dall’eta del Bronzo

Come accennato, durante l’età del Bronzo (2200-900 a.C.) possiamo considerare la Sardegna come cultura indipendente.

I nuraghi vennero infatti edificati dalle popolazioni autoctone dell’epoca (Ugas, 2006), senza influenze extra-isolane, in particolare Micenee, come invece si concordava sino a non molto tempo fa (Lilliu, 1999).

I sardi di allora intrattenevano infatti scambi commerciali, ricevevano ed esportavano beni materiali, essendone loro stessi i principali vettori. Navigavano, quindi, si spostavano, intrattenevano commerci e pirateggiavano lungo le coste del Mediterraneo.

Tali evidenze si riscontrano nei risultati di campagne di scavo effettuate nella stessa Sardegna, ma anche in Corsica, Sicilia, Lipari, Creta, Cipro, Egitto, Spagna e vicino Oriente (Burge et al. 2019).

I sardi dell’età del Bronzo appaiono come una civiltà a se stante, con villaggi circoscritti a ciascun nuraghe, proprie tradizioni funerarie e propria cultura materiale.

Il territorio appare suddiviso in aree destinate a diversi usi, tra cui quello funerario, come evidente dai raggruppamenti di tombe dei giganti o a pozzetto (eg: Mont’e Prama). Non possiamo ricostruire interamente la società della Sardegna dell’epoca: si hanno poche informazioni, a causa della mancanza di documenti scritti da loro stessi, a differenza di altre popolazioni contemporanee, come Egizi e Babilonesi.

Possiamo comunque trovare alcuni indizi

Tuttavia, possiamo trovare alcuni indizi, come spesso capita, nelle tradizioni funerarie. Le famose tombe dei giganti erano infatti tombe comunitarie, volte ad accogliere al loro interno molto probabilmente l’intera comunità, piuttosto che una ristretta élite.

Se gli antichi sardi facessero distinzioni sociali tra loro, non ci è noto: seppur probabile (visto che era una pratica comune a praticamente tutte le altre culture contemporanee del Mediterraneo), ciò non appare dalla tradizione funeraria che parte dal Neolitico sino al Bronzo Recente/Finale (Joussoume, 1988; Lilliu, 2017; Ugas, 2016).

Questo potrebbe significare che le comunità che abitavano la Sardegna a quel tempo vivessero in una società egalitaria, o per lo meno egalitaria in termini di tradizioni funerarie. Questo è dibattuto da Mauro Perra che sostiene come l’antica società sarda potrebbe essere stata elitaria a prescindere dalla tradizione funeraria (Perra, 2009).

Realtà distante dall’egualitarismo furono quelle dei popoli con cui entrarono in contatto gli antichi sardi, tra cui Ittiti ed Egizi, note monarchie. Non abbiamo evidenze su come gli antichi sardi si autogovernassero, solo ipotesi, tema che verrà approfondito in separata sede.

È inoltre doveroso evidenziare come gli antichi sardi abbiano sviluppato e trasformato un’architettura megalitica originale, costruendo i già menzionati nuraghi. Queste strutture sono il frutto di secoli di sviluppo, che vedono nel nuraghe classico, poi diventato complesso, il non plus ultra di un’architettura autoctona ed indipendente.

La nascita di una cultura così fortemente caratterizzata e caratterizzante per il paesaggio dell’isola e per i suoi contatti, unitamente alla preistoria del Mediterraneo, ha contribuito a formare una forte identità
isolana, in opposizione a tentativi di oppressione proveniente dall’esterno
. I nuraghi infatti, rappresentano il simbolo di una cultura, un’identità interamente sarda, che resiste e rimane in piedi tuttora.

Facendo un lungo salto temporale, passiamo al tempo dei Giudicati

Dopo secoli di dominazione prima punica e romana, e poi bizantina, varie ed eventuali invasioni che non menzioniamo in questa sede, si arriva al tempo dei Giudicati. I Giudicati furono quattro regni indipendenti che amministravano le sub-regioni dell’isola, chiamate curatorias. Questi erano il Giudicato di Torres, con capitale l’odierna Porto Torres, poi Ardara ed infine Sassari, Il Giudicato di Arborea, quello di Cagliari e infine quello di Gallura.

I Giudicati avevano potere di legiferare, naturalmente in lingua sarda, vedasi ad esempio la Carta De Logu. Questa rappresenta un vero e proprio ordinamento giuridico con norme che ne fanno un vero e proprio codice civile e penale. Questi regni, governati da un Iudex cioè un Giudice (Juighe in Sardo) amministrarono la Sardegna fino alla conquista aragonese, avvenuta ufficialmente dopo che il regno di Aragona vinse la Battaglia di Sanluri il 30 Giugno 1409.

I presupposti della conquista risalgono tuttavia a quasi due secoli prima, quando Papa Bonifacio VIII concesse la Sardegna e la Corsica come feudi al Regno di Aragona, con la Bolla Ad Honorem Dei Onnipotenti Patris, per sedare la guerra tra angioini e aragonesi sul Regno di Sicilia. Il Papa diede dunque una licentia invadendi, il diritto ad invadere l’isola, pur sapendo che l’isola avesse una propria entità autonoma, di cui chiaramente aveva poca conoscenza e ancor meno considerazione.

Dopo la conquista aragonese

Nonostante l’isola venne conquistata, la popolazione mantenne le proprie identità, tradizioni, e lingua. Eccezion fatta naturalmente per tutto ciò che l’inquisizione spagnola non riuscì a estirpare, come l’arte di curare con l’erboristeria ed altre pratiche pagane. Solo la nobiltà imparò lo spagnolo, lingua ufficiale, mentre i ceti più bassi continuarono a usare il sardo, contribuendo indirettamente al mantenimento di una forte identità nazionalistica.

Dopo la Guerra di Successione Spagnola (1701-1714) i Savoia presero in mano le redini della Sardegna, che divenne ufficialmente parte del Regno Sardo-Piemontese nel 1720.

I dominatori sabaudi

Ai Savoia poco interessava del popolo sardo, dal quale esigevano tributi, manodopera a basso costo e materie prime isolane. Il popolo sardo era inoltre oggetto di ludibrio da parte de piemontesi, e la classe aristocratica sarda, considerata “inferiore”, aveva meno influenza nella politica del Regno.

Il Regno di Sardegna infatti di sardo aveva solo il nome, perché i regnanti e la maggioranza della aristocrazia erano nobili piemontesi, che naturalmente spingevano sempre più verso una centralizzazione piemontese, in maniera non dissimile da quello che avvenne anche nella penisola, a livello nazionale, dopo il 1946.

L’invasione francese e la resistenza sarda

Nel 1793 due flotte Francesi tentarono di invadere l’isola. Una a nord, dall’arcipelago della Maddalena, e l’altra da sud nel Golfo di Cagliari. La corona, sospettosa ed incapace di difendersi dall’armata Francese (la più forte dell’epoca), lasciò volutamente sguarnita l’isola, ritenendola sacrificabile ed incapace di difendersi.

Giovanni Maria Angioy, magistrato e rivoluzionario, organizzó delle milizie isolane, reclutando in ogni angolo dell’isola. Finanziò egli stesso, insieme al Vescovo di Cagliari, l’acquisizione dell’equipaggiamento necessario alla difesa.

Una volta sbarcati nel Golfo di Cagliari, i francesi furono respinti dalle milizie guidate da Vincenzo Sulis anche grazie alle condizioni meteo favorevoli agli assediati, come la provvidenziale nebbia che disorientó gli invasori (numerosi gli incidenti di fuoco amico tra i Francesi), e l’orografia del terreno: gli stagni e le paludi del circondario cagliaritano non facilitarono certo l’avanzata degli invasori.

I francesi conquistarono tuttavia facilmente le Isole di Carloforte e Sant’Antioco, dove vennero accolte dalla popolazione locale, per questo, una volta trovata una fervida resistenza sulla costa cagliaritana ammutinarono.

A nord, l’isola venne difesa da Domenico Leoni (noto Millelire) e da altri volontari che da Palau riuscirono a bombardare l’ammiraglia Fauvette, abilmente adescata dalla galeotta al comando del Maddalenino Tommaso Zonza (Caterini, 2016).

La narrazione distorta dei piemontesi

Il Re Vittorio Amedeo III di Savoia, volendo premiare i sudditi per la difesa del Regno, decise di offrire delle ricompense, che però ovviamente finirono nelle tasche dei piemontesi in carica, e non in quelle dei volontari sardi che difesero l’isola.

Non sorprende che ciò incrementò ancor di più il malcontento nei confronti dei regnanti. È doveroso fare notare, come discusso da Caterini (2018, p. 212), che la narrazione “ufficiale” ignora totalmente il ruolo della resistenza sarda nella difesa dell’isola, narrando invece di come il potente esercito francese (ricordiamolo nuovamente, il meglio organizzato e più efficiente dell’epoca), come preso da un raptus di folle autolesionismo, si sabotò da sé per poi semplicemente ripartire: ma si sa, la storia è scritta dai vincitori e queste vicende non vengono insegnate nelle scuole Italiane, ancor meno in quelle sarde.

Dopo la difesa dell’isola, la classe dirigente isolana richiamò gli Stamenti (componenti del Parlamento del Regno) per chiarire le loro richieste al Regno. Quest’ultimo acconsentì a cinque delle richieste, che in sintesi ottennero così una maggiore autonomia e l’assegnazione di impieghi governativi anche ai sardi.

Queste concessioni vennero comunque cessate dal governo piemontese che non vedeva di buon occhio le richieste avanzate, ritenendo naturalmente che sarebbero andate ad intaccare il controllo piemontese sull’isola. Dopo decadi di soprusi, durissime condizioni economiche e malattie, il malcontento continuò a crescere, e questo rifiuto fu la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso, già colmo da vari anni.

I vespri sardi e la Sarda Rivolutzione

I sardi si ribellarono, seguendo l’esempio della Rivoluzione Francese, ed il 28 Aprile del 1794 furono cacciati dall’isola il Viceré Balbiano insieme a tutti i funzionari piemontesi presenti a Cagliari.

A seguito di questo evento, gli Stamenti presero il controllo e autogovernarono l’isola per diversi mesi, fecero leva sulle precedenti richieste e con la cooperazione del popolo ne aggiunsero una nuova, l’amnistia per i partecipanti ai fatti del 28 Aprile. Il popolo, comprendente le milizie volontarie che cacciarono i funzionari, ebbe parte attiva nella formulazione delle leggi e delle richieste (cosa impensabile all’epoca) lavorando in maniera democratica (Carta, 2001).

A questo punto il Re accettò alcune richieste, appuntando Gerolamo Pitzolo come Intendente Generale ed il Marchese della Planargia Gavino Paliaccio come Generale delle Armi.

Questo non bastò a placare l’indipendentismo

Questi tuttavia non avevano ideali indipendentisti, ed anzi tramavano contro l’ala progressista sarda e miravano a reprimere, anche con l’uso della forza, le correnti democratiche che si andavano formando.

Il 1795 vide un’altra ribellione, causata della mancata riunione degli Stamenti, che fu impedita dall’esercito comandato dal Paliaccio. Successivamente, l’ala democratica insorse con le milizie, prevalendo sugli uomini del Paliaccio: questo, insieme al Pitzolo, venne arrestato e giustiziato dalla folla.

Fu proprio durante questo periodo rivoluzionario che Francesco Ignazio Manu scrisse la poesia Su Patriotu Sardu a sos Feudatarios, poi riconosciuto dalla Regione Sardegna come inno ufficiale nel 2018.

Dopo questi avvenimenti Giovanni Maria Angioy venne incaricato come Alter Nos, cioè sostituto Viceré, e cerco’ di riformare la società, mirando all’abolizione del feudalesimo: ricorse all’uso della forza contro i feudatari, venne pero’ respinto dagli Stamenti e forzato alla fuga in Francia, dove morì.

Ci furono numerose altre ribellioni negli anni a seguire, che videro pero’ emergere vincitore il governo sabaudo, spesso aiutato da banditi locali (a cui veniva molto opportunamente concessa la grazia in cambio dell’aiuto prestato), come nel caso dell’Eccidio di Thiesi (Sa die de S’atacu) del 1800.
Con l’Unificazione d’Italia del 1861, i sardi divennero ufficialmente Italiani. Poco cambio’ nella realtà sarda, afflitta dalle stesse problematiche di prima, e con le campagne pullulanti di banditi che venivano braccati dai Carabinieri Reali.

Nel Regno d’Italia nulla è cambiato

L’isola ed i suoi abitanti continuarono ad essere sfruttati per le proprie risorse, forza lavoro e materie prime.

Nel frattempo le mire espansioniste di casa Savoia posarono lo sguardo ben oltre le montagne della Sardegna. Nei primi del ‘900 infatti il Regno mirava a colonizzare territori nel nord Africa ed a riappropriarsi delle regioni in mano agli Austroungarici. Fu con le guerre in Tripolitania e Tunisia che il Regno d’Italia svuoto’ quasi completamente l’Isola dalla sua razza canina autoctona, il pastore Sardo (conosciuto come cane beltigadu, trighinu, cane Fonnesu etc), rinomato per la sua cattiveria e doti di guardiania agli armenti e proprietà (Balìa, 2005). L’uso di questi cani era infatti destinato a stanare e uccidere i nemici in terra straniera, cosi’ da poter limitare le perdite umane.

La Grande Guerra ed i sacrifici della Sardegna

Oltre a decimare la popolazione canina sarda il Regno, in nome dell’unificazione, porto’ la nazione in guerra contro L’impero Austro-Ungarico nel 1915. Questo avvenimento non solo depopolò il continente, ma costo’ alla Sardegna un carissimo prezzo. Venne costituita la Brigata Sassari, composta quasi totalmente da sardi, ad eccezione di alcuni ufficiali. La brigata ebbe una media di 138 caduti ogni 1000 soldati, contro una media nazionale di 104 (Motzo, 2007).

Le campagne si spopolarono, e la brigata venne ricostituita più volte attingendo a ragazzi sempre più giovani dalle famiglie isolane. La brigata inoltre era di difficile in infiltrazione per le spie italofone o indigene delle regioni occupate dagli Austroungarici, dato che la lingua parlata dai soldati e ufficiali era il sardo.

I soldati stessi non si sentivano Italiani, erano contrari e non capivano perché dovessero prendere parte ad una guerra che non fosse la loro, per una nazione che non era la loro. Lo stesso Lussu descrive come la Brigata fu l’unica a non essere punita per essersi opposta alle fucilazioni a causa dei suoi sforzi nelle trincee (Lussu, 2014).

La lingua sarda ed il fascismo

L’italianizzazione della Sardegna avvenne realmente in questo periodo. La Guerra e l’esperienza vissuta in trincea spinse Lussu ed i sardi a sviluppare una nuova coscienza regionale-nazionale. Questo portò alla fondazione, nel 1921, del Partito Sardo D’azione, di stampo autonomista più che separatista che pero’ mirava ad essere un partito per i sardi. Il partito Fascista cercò inutilmente di fondersi con il PSd’Az, ma non poté superare la forte opposizione di Lussu e degli altri fondatori, profondamente antifascisti.

Negli anni a seguire, durante il fascismo e lo scioglimento di tutti i partiti politici, Lussu venne esiliato. Il PSd’Az venne ricreato nel dopoguerra ma non raggiunse mai gli originali obiettivi autonomistici, discostandosi invece da essi, per coalizzarsi, di recente nel 2018, con la Lega Nord.

La denigrazione delle lingue minoritarie

È noto infatti, come il fascismo abbia “creato” l’Italiano, incrementando l’insegnamento della lingua a scuola a discapito delle altre lingue preesistenti a livello nazionale, come la lingua sarda e le sue varianti.

L’italianizzazione non colpi’ solo la lingua ma anche l’archeologia. La cultura sarda protostorica differisce in toto da quella classico-etrusca scelta da Mussolini nella sua narrazione patriottica propagandista: nell’ottica fascista andava quindi declassata ed oscurata. Fortuna volle che Antonio Taramelli riuscì a studiare e scavare numerosi siti durante il ventennio, nonostante ciò non rispettasse pienamente la visione fascista.

Nella repubblica l’italianizzazione contro la lingua sarda continua

Il processo di Italianizzazione continuò ancor più’ pesantemente nel dopoguerra, in tutta la nazione ed ovviamente anche, anzi soprattutto, in Sardegna.

L’alfabetizzazione delle masse creò un nuovo bilinguismo o multilinguismo, la propaganda nazionale voleva creare dal nulla, anzi imporre, un’identità Italiana, proprio come aveva fatto il fascismo fino al 1945, seppur per motivi diversi (che tanto diversi non erano, tuttavia: potere e denaro, ed i soliti motivi dietro a ciascuna di queste grandi operazione politiche).

Le proverbiali uova da rompere per fare questa succulente frittatona italiana

Le uova da rompere erano quelle delle regioni, da sempre aventi distinte identità locali (spesso anche a livello sub-regionale), e le più dure erano quelle più remote od isolate, che proprio per questo motivo avevano identità più’ “forti”.

L’insegnamento della lingua Italiana alle generazioni che vissero durante il ventennio e nel primo dopoguerra avvenne in maniera poco ortodossa, se “insegnamento” si poteva chiamare.

Come possono testimoniare le generazioni di persone ora tra i 70 e i 90 anni di vita, era vietato usare lingue autoctone a scuola ( impropriamente chiamate “dialetti”, una minuzia lessicale volta tuttavia a sminuirne l’importanza, anche a livello quotidiano, nel subconscio delle masse).

L’uso di queste comportava nel migliore dei casi l’essere sgridati, mentre più spesso punizioni, spesso corporali, erano date dagli insegnanti che adoperavano stecche e piccoli frustini per punire gli alunni.

Lingua sarda retrograda, usata dalla plebe e quindi inutile

Inoltre, col retaggio fascista si diffuse la credenza che la lingua autoctona fosse retrograda, rozza, usata dalla plebe e quindi inutile. Meglio usare l’Italiano perché questa era la lingua nazionale e dei letterati. Questa visione, unita anche a un complesso di inferiorità (fomentato e corroborato da due secoli di soprusi e trattamenti di sfavore), ha contribuito a creare nuove generazioni di sardi bilingui, ma anche di sardi Italofoni capaci di capire le lingue sarde ma incapaci di parlarle.

In questo processo la lingua nativa viene quindi eclissata dalla lingua arrivata dal continente, e declassata dalla stessa popolazione, generazione dopo generazione.

Viene ritenuta adatta all’uso informale e nel nucleo domestico, ma inadatta a esprimere concetti di livello e non viene insegnata nelle scuole. Per decenni, le lingue locali vengono stigmatizzate, in Sardegna come nel resto d’Italia (ad eccezione di alcune aree oggetto di particolari favoritismi, che non discuteremo in questa sede).

Non venendo insegnata la storia, la cultura e la lingua sarda nelle scuole, dopo decenni di studio e acculturazione italiana, il risultato è una identità mista. Le nuove generazioni, ma anche quelle che correntemente si collocano tra i 35 e i 60 anni di età, spesso si identificano come italiani o sardi ma anche semplicemente italiani.

La lingua sarda e l’avvento dei Mass Media

La forte emigrazione, la scolarizzazione e l’avvento della televisione hanno contribuito ad annullare la lingua sarda e con essa l’identità, che senza la lingua, fatica ad esistere (ironicamente, nonostante la lingua, anche l’identità’ italiana fatica ad esistere: e questo fallimento su entrambi i fronti rende ancor più’ tragica l’estirpazione delle identità’ locali, un eccidio culturale perpetrato quindi invano).

In Sardegna, da parte di molti genitori, fu ritenuto squalificante far parlare ai propri figli il sardo, incentivandoli in maniera forzata ad usare l’italiano. Si è creato quindi un complesso di inferiorità che ha portato parte della popolazione a preferire una lingua piuttosto dell’altra, ed a deridere chi volesse imparare il sardo.

Meglio che parli in italiano, così non deformi il sardo!

Se non si è di madrelingua sarda e si prova a parlarlo, non è raro infatti sentire commenti quali Menzus chi faeddes in italianu gai no istropias su sardu! ossia Meglio che parli in italiano cosi non deformi il sardo!

Il sardo quindi, tramite l’italianizzazione, diventa il proprio peggior nemico e deride i propri conterranei invece di incoraggiarli ad imparare la propria lingua: il “lavaggio” dell’isola in tema tricolore trova qui il suo più’ grande, doloroso successo.

Non stupisce infatti che i dati ISTAT del 2017 mostrino come in Sardegna l’uso della lingua sarda in famiglia superi di poco il 30%, a confronto del resto del sud Italia e delle isole dove l’incidenza è del 68%.

La Regione Sardegna può incrementare e favorire l’insegnamento del sardo in via opzionale, con la legge regionale 22/2018 e nonostante la lingua sia tutelata dalla costituzione, continua a ignorare la questione.

Tuttora in Sardegna non si può scegliere di imparare la lingua sarda nei moduli di iscrizione scolastici. Questo, in maniera voluta o meno contribuisce alla folklorizzazione di una lingua e cultura che andrà
decadendo
, mischiandosi con l’italiano e rimanendo destinata ad uso orale e folkloristico. Finché la lingua non verrà insegnata ed i giovani non saranno aiutati ad appropriarsi della loro lingua, essi continueranno a sentirsi italiani.

(Si ringrazia calorosamente il dott. Dario Oggioni per aver letto e commentato le bozza di questo articolo)

Bibliografia

  • Balìa, R. 2005. Canis Gherradoris. L’arcano, tra mito e storia. PTM.
  • Brigaglia, M. 2008. Emilio Lussu e “Giustizia e Libertà”, Dall’evasione di Lipari al ritorno in Italia (1929-1943). Edizioni Della Torre. II edizione.
  • Burge, T., Fischer, P., Gradoli, M. G., Perra, M., Sabatini, S. 2019. Nuragic pottery form Hala Sultan Tekke: The Cypriot-Sardinian Connection. Aegypten und Levante – Egypt and the Levant. Osterreichische Der Wissenschaften. Wien. 29, 231-244.
  • Carta, L. 2001. La Sarda Rivoluzione. Condaghes.
  • Caterini, F. 2016. 23 Febbraio 1793, Controffensiva contro i francesi di Napoleone a La Maddalena. Sardegnablogger.
  • Caterini, F. 2018. La Mano Destra Della Storia, la demolizione della memoria e il problema storiogra co in Sardegna. Carlo Del no Editore.
  • ISTAT. 2017. Anno 2015, L’uso della Lingua Italiana, dei dialetti e delle Lingue Straniere.
  • Joussoume, R. 1988. Dolmens for the dead: megalith buildings throughout the world. Batsford Ltd.
  • Lilliu, G. 1999. la civiltà nuragica – Sardegna archeologica, studi e monumenti 2. Carlo Del no Editore.
  • Lilliu, G. 2017. La Civiltà dei Sardi, dal Paleolitico all’età dei nuraghi. Il Maestrale.
  • L’Unione Sarda, 2018. La Sardegna ha il suo Inno.
  • Lussu, E. 2014. Un’anno sull’altipiano. Einaudi.
  • Perra, M. 2009. Osservazione sull’evoluzione sociale e politica in età nuragica. Rivista di Scienze Preistoriche. LIX. 355-568.
  • Motzo, L. 2007. Gli intrepidi Sardi della Brigata Sassari. Edizioni Della Torre.
  • Ugas, G. 2016. Shardana e Sardegna: I Popoli del Mare, gli alleati del Nordafrica e la ne dei Grandi Regni (XV-XII secolo a.C.). Edizioni Della Torre.

Le Janas: etimologia, descrizione e folklore

Quando si parla delle fantastiche fate sarde, il termine che più spesso ritorna per indicarle è quello di Janas.

Pur essendo il nome più noto per definirle, sarebbe un errore pensare che si tratti dell’unico. Esse infatti sono conosciute con una numerosa varietà di termini. Quest’ultima caratteristica a dire il vero è propria di molti altri personaggi fantastici isolani e rispecchia i particolarismi locali e la fervida immaginazione di vive la terra sarda.

Il nome Janas: le varianti più diffuse

Fra le varianti più condivise quella che vede Jana mutarsi in Bajana o Ajana presso Lodine, mentre a Mores, Bonorva, Rebeccu, Ozieri, Pattada, Buddusò, queste sono note come Fadas.

Diverso discorso è da farsi per il nuorese, dove le fate isolane sono ricordate come Birghines o Virghines.

È comunemente accettato che Jana, Bajana, Ajana, siano varianti di un medesimo nome, mentre si suppone che Fadas, Virghines e Janas rappresentino tre tipologie fantastiche differenti.

Le differenze sostanziali intercorrono specialmente fra le Fadas e Janas. Non solo la terminologia che indica le une e le altre è in sostanziale contrasto, ma anche i tratti che le caratterizzano e le abitazioni che la tradizione ha assegnato loro le indicano come figure con pochi punti d’accordo.

Descrizione, aspetto e folklore

Le Fadas vengono spesso descritte come donne di statura normale che non necessariamente abitano le domus de janas, che nel Logudoro sono conosciute con il nome di Furrighesos o Coronas. Ulteriormente sono identificate col nome Forreddos nella Barbagia-Mandrolisai.

Le Fadas vivono spesso mescolate alla gente comune e con queste si confondono per una sostanziale somiglianza.

Le Janas vengono invece descritte come creature dalle dimensioni insolitamente ridotte e intese comunemente come abitatrici delle domus de janas, sepolture prenuragiche alle quali diedero tradizionalmente il nome.

È interessante notare inoltre come fra le Bajane, Bazane e Virghines esista un certo legame, dato che in lingua logudorese le ragazze nubili venivano appunto indicate con il nome di Bajana o Bazana. Queste giovani donne infatti, in quanto non sposate, dovevano ricoprire lo status di vergini, virghines o birghines appunto.

Jana: etimologia della parola

Nell’antico toscano Jana era una strega, traduzione valida anche per il termine Janara napoletano e per il francese antico Gene.

Davvero affascinanti e suggestive anche le conclusioni cui giunse Max Leopold Wagner in merito all’etimologia della parola Jana. Il termine infatti sarebbe la semplice degradazione del nome Diana, antica divinità romana, che secondo gli studi condotti in merito, avrebbe in Sardegna e in tutto il Mediterraneo usurpato l’antico ruolo della Dea Madre.

Il passaggio da Diana a Jana è facilmente riscontrabile nel territorio della Romania, dove Diana si sarebbe mutata in zina, mentre nelle Asturie sarebbe diventata xana e ja in Portogallo. Nell’antico provenzale invece il termine jana sopravvisse, e con questo si era soliti indicare una creatura assimilabile all’incubo.

Creata la connessione tra Diana e Jana, sarà impossibile non mettere in luce alcune somiglianze di notevole importanza. Nello specifico la divinità greca prima e romana poi era non solo icona di verginità, ma addirittura protettrice delle stesse, e vergini appunto dovevano essere le sacerdotesse che a lei si votavano; Birghines o Virghines per dirla in dialetto isolano.

Le Janas e il cristianesimo

Il cristianesimo demozizzò pesantemente questa figura mitica, trasformandola con un lavoro lungo secoli in una creatura femminile spaventevole e demoniaca, quale spesso è intesa appunto la Jana.

Con il termine Jana in alcuni paesi del Logudoro ci si riferisce anche alla Mantis religiosa, e nell’oristanese si intende non solo la fata, ma anche un piccolo insetto bianco non meglio specificato.

Jana ‘e mele nel dialetto nuorese è la donnola, bestiola particolarmente dannosa, piccola e dal corpo agile, esattamente come si potrebbero immaginare le abitatrici delle domus. In Ogliastra mala jana o margiana è il termine pericolosamente vicino a margiani, ovvero la volpe; ancora una volta piccola, agile e imprendibile.

Nomi propri con i quali ci si riferisce tradizionalmente alle piccole fate isolane sono quelli di Chiriga, Cirriaca.

Tutt’oggi Jana è il destino, la sorte, in località di Tempio. Ed in conclusione è da segnalare che non di rado con il termine ajana si intende la Bruja, malefica strega che complica la vita degli uomini.

Note

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La corruzione politica e amministrativa in Italia

La corruzione sembra essere un problema cronico della società italiana. Già conosciuta e oggetto di pubblico dibattito presso i romani, la corruzione non ha mai smesso di scandire il susseguirsi delle vicende storiche del nostro paese.

La corruzione politica: gli antefatti

Ricordiamo la vendita delle indulgenze ai tempi di Papa Leone X, che generò, per ripulsa, la Riforma protestante. Passando poi in anni più recenti allo scandalo della Banca Romana, che travolse il governo Giolitti nel 1892-93 e di cui parla anche Pirandello nel romanzo I vecchi e i giovani, per arrivare, ai giorni nostri allo scandalo delle tangenti, indicato dai giornali  anche col nome di “inchiesta di Mani Pulite” o “Tangentopoli”.

Uno scandalo che ha decimato la classe dirigente della Prima Repubblica

Negli anni novanta, dopo Tangentopoli, la corruzione ha coinvolto imprenditori e uomini politici ed ha decimato la classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica. Dopo Tangentopoli, la percezione di tanti è che in realtà la corruzione sia in Italia ancora molto diffusa.

Quando si parla di corruzione si fa riferimento, in realtà, a due reati specifici:

  • La corruzione propriamente detta: quando si offre denaro ad un pubblico funzionario per riceverne dei vantaggi;
  • La concussione: quando è il pubblico ufficiale a richiedere una ricompensa in cambio di favori da elargire.

Perché, allora, nonostante le condanne talvolta severe e i tragici prezzi umani pagati da alcuni inquisiti, la corruzione continua a prosperare nel nostro paese? Gli studiosi, sociologi, magistrati, economisti, ne hanno abbozzato, in questi anni, i motivi.

Molti hanno convenuto che l’Italia non sia ancora una democrazia forte e compiuta, con un mercato concorrenziale ben funzionante.

Le procedure della pubblica amministrazione sono farraginose. Il modo di organizzare gli uffici eccessivamente burocratico e superato. Si lavora ancora sulla correttezza formale degli adempimenti e non sui risultati.

L’interpretazione di norme, leggi e regolamenti intricatissimi lascia ampia discrezionalità al singolo funzionario e crea gli spiragli favorevoli per l’infiltrarsi della corruzione.

Nella corruzione ci sono anche dei motivi culturali

Lo Stato è spesso percepito, in vaste aree del paese e forse a causa dello storico susseguirsi di dominazioni straniere, come qualcosa di estraneo, di antagonista.

L’arricchimento è considerato dagli italiani come il principale segno di distinzione e di superiorità sociale. L’aristocrazia del denaro è l’unica gerarchia riconosciuta. I soldi facili costituiscono una tentazione cui, ai più, è difficile resistere. Anche il potere lo si acquisisce col denaro, più che con la competenza.

Il tornaconto personale, l’appartenenza a una famiglia, un clan o una corporazione professionale hanno sempre la meglio nel Belpaese, con ricadute sul rispetto per il bene comune e l’interesse collettivo.

Uno studioso anglosassone ha stigmatizzato questa insufficienza etica degli italiani, definendola “familismo amorale” (Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, ed Il Mulino)

Forse persino la nostra appartenenza alla religione cattolica, al contrario di quanto avviene nell’ambito della religione protestante o addirittura calvinista, ci abitua ad essere indulgenti verso le nostre debolezze e i nostri peccati, e ci invita all’assoluzione invece che alla condanna e all’espiazione.

La corruzione e il civismo

Valori di civismo molto diffusi in democrazie molto più mature della nostra, trovano da noi un’adesione soltanto formale, di facciata. La vita pubblica italiana scorre da sempre sul doppio binario morale dei vizi privati e delle pubbliche virtù, del predicare bene e razzolare male.

La corruzione, intanto, non soltanto crea ingiustizia, ma danneggia pesantemente anche la vita economica della penisola. Quando i giochi sono truccati, a vincere sono i più furbi, non i più bravi.

Se l’azienda che vince un appalto pubblico, per esempio, costruisce opere malfatte, inutili, a costi altissimi, il danno che ne deriva alla collettività è immenso.

“Ungere le ruote” diventa la prassi abituale se l’appartenenza a un clan fa premio sul merito. Nelle scuole, negli uffici, negli ospedali, nelle aziende, nella vita economica in genere di un paese corrotto, vinceranno i mediocri, mentre i più competenti rischieranno di essere esclusi.

La corruzione si può battere

Anzi, si deve battere, se si vogliono vincere le sfide della globalizzazione. Riformando la giustizia, rendendola più celere, riducendo il numero delle leggi, ma aumentando la loro efficacia, migliorando la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione e sfoltendo nello stesso tempo il numero di funzionari, remunerandoli meglio e rendendo più efficiente il loro lavoro.

Inoltre è necessario creare le condizioni per una maggiore collaborazione fra gli stati nel perseguire gli illeciti.

Ed infine, soprattutto, bisogna che gli italiani riacquistino i valori di responsabilità e di rispetto verso le regole, nella consapevolezza che l’interesse generale così conseguito è, in ultima analisi, l’autentico vero interesse di tutti noi cittadini e consumatori.

Note

Bibliografia

  • Davigo, P., La giubba del re. Intervista sulla corruzione, Bari, Laterza, 2004
  • Davigo, P., Mannozzi, G., La corruzione in Italia. Percezione sociale e controllo penale, Bari, Laterza, 2007
  • Di Pietro, A., Intervista su tangentopoli, Bari, Laterza, 2000
  • Galante Garrone, A., L’Italia corrotta (1895-1996). Cento anni di malcostume politico, Roma, Editori Riuniti, 1996